Dall'Autonomia operaia alla subalternità «europea»
L'Europa
e l'euro sono messi davvero male se perfino Toni Negri deve scendere in
campo per proclamarne l'intangibilità. Con un articolo apparso su
Uninomade.org - Elezioni francesi: anticipazioni per discutere dopo il secondo turno
- Negri ci consegna non solo e non tanto un'analisi assai discutibile
del voto francese, quanto soprattutto il penoso approdo del suo pensiero
politico.
Se per il politicantume oggi ex arcobalenico il compito del «popolo
di sinistra» è da vent'anni quello di fare da supporto, talora cercando
di correggerlo ed abbellirlo un po', al centrosinistra di
Prodi-D'Alema-Bersani; ora abbiamo finalmente capito a cosa servono le moltitudini negriane: a sostenere, cercando di condizionarle ed abbellirle un po', le oligarchie europee di Bruxelles e Francoforte.
Chi
pensa che si tratti di un'esagerazione è vivamente pregato di leggersi
integralmente l'articolo in questione. Qui ci soffermeremo soltanto sui
passaggi più significativi di questo scritto, autentiche perle di un
pensiero subordinato quanto pernicioso. Prendiamo, ad esempio, questo
commento:
«Quale enorme distanza da quando estrema destra ed
estrema sinistra insieme avevano espresso un no al trattato di Lisbona –
ora questo no è ripetuto solo dall’estrema destra e mette in imbarazzo
le forze golliste, mentre l’estrema sinistra confluisce verso Hollande
nell’assumere un programma europeo, finalmente rinnovato in termini
socialisti. Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del
processo dell’unità europea?».
Quel che preoccupa Negri è dunque il «rinnovamento del processo dell'unità europea».
Un rinnovamento che trarrà giovamento dalla vittoria di Hollande, il
quale avrebbe - udite, udite! - nientemeno che un programma «rinnovato in termini socialisti».
Un programma sul quale confluisce, così argomenta trionfante il
professore padovano, l'estrema sinistra, che ha abbandonato il no al
Trattato di Lisbona (e questo non ci risulta proprio), lasciando al Front National il monopolio dell'opposizione all'Europa dei vampiri della finanza (e questo, purtroppo, è largamente vero).
Detto en passant,
Negri sbaglia anche il riferimento storico al referendum del 2005, che
come sanno in molti, ma non necessariamente chi ha insegnato a lungo a
Parigi, riguardava il progetto di Costituzione europea (affondato
appunto dagli elettori francesi ed olandesi) e non il successivo
Trattato di Lisbona, concepito proprio per aggirare quel chiaro
pronunciamento popolare. Un particolare che non interessa nemmeno di
striscio al filosofo. Chissenefrega del parere del popolo, al massimo si
interpelli qualche esponente del «lavoro cognitivo» della capitale, che basta e avanza...
Ma torniamo al merito delle affermazioni negriane. In cosa consista il «socialismo»
di Hollande proprio non si sa. Certo, se il suo è un programma
socialista, quello che portò alla vittoria Mitterand nel 1981 cos'era,
un programma bolscevico?
Nel tentativo di far quadrare i conti,
cioè di aggiustare la realtà in base alle proprie tesi, Negri ci propina
poi questo passaggio:
«Per quanto riguarda l’Unione, i
socialisti chiedono una revisione dei criteri del Fiscal Compact, un
accordo eurobond, e una promozione dello sviluppo economico da parte
dell’Unione che assuma come centrale il mantenimento del Welfare State.
Che questa politica possa passare a livello europeo è evidentemente
molto difficile ma è vero che ormai questa politica incontra un’opinione
pubblica sempre meno disponibile alla distruzione del sistema-Euro ed
alla dissoluzione della Eurozona. “Rari sono quelli che pensano che la
reintroduzione di una flessibilità dei tassi di cambio sarebbe utile e
molti continuano a credere che delle svalutazioni nell’Eurozona non
farebbero che aumentare l’inflazione” (Martin Wolf)».
Muovendo
da due banalità - la richiesta della «crescita» e le difficoltà che
anche uno spostamento millimetrico dalla linea del «rigore» incontra
oggi in Europa - Negri escogita un curioso salto logico per arrivare ad
identificare la difesa del Welfare State con quella del
sistema-Euro, come se non fosse proprio quest'ultimo uno dei cardini su
cui agisce la sistematica distruzione del Welfare.
Ora,
che in Europa tutti si stiano accorgendo di quel che non si poteva non
sapere, e cioè che le politiche rigoriste avrebbero condotto ad una
pesantissima recessione, è cosa nota. La parolina «crescita» è sulla
bocca di tutti, e tutti la reclamano come se la si potesse ottenere per
decreto. Ma i guardiani dell'euro e del debito esigono anzitutto
«rigore», che - ripetono a pappagallo (vedi Monti) - dovrebbe però
coniugarsi miracolosamente con la crescita. Questo matrimonio è tuttavia
impossibile, e dunque possiamo immaginarci dove andranno ad infrangersi
tutte le bene intenzionate litanie sulla crescita...
Il salto
logico dell'ex leader dell'Autonomia è davvero interessante. In pratica
egli ci dice che, poiché vuol difendere quel che resta del Welfare, l'opinione pubblica europea sarebbe «sempre meno disponibile alla distruzione del sistema-Euro ed alla dissoluzione dell'Eurozona». Un'affermazione perfino pittoresca nella sua temeraria arbitrarietà.
Certo,
si può discutere sulla natura dell'opposizione al sistema-Euro. Si può
discettare sulla sua radice di classe, sul suo retroterra culturale e
sulle prospettive politiche che apre. Quel che proprio non si dovrebbe
fare è raccontare balle a cuor leggero, negando quali siano le tendenze
di fondo che vanno muovendosi nelle società europee. E' forse un caso se
la stampa mainstream è sempre più preoccupata del cosiddetto «populismo antieuropeista»?
Visto
che questo è il tema dell'articolo di cui ci stiamo occupando, restiamo
alla Francia. Il successo di Marine Le Pen, soprattutto il suo
sfondamento in larghi strati proletari, affonda le sue radici proprio
nella posizione antieuropea del Front National. Del Front de Gauche (FdG) possiamo
dire che non ha saputo assumere una posizione altrettanto forte, ma la
sua distanza dall'Unione Europea è assai maggiore di quella che in
Italia viene curiosamente definita «sinistra radicale». E tutti sanno
che una delle ragioni della (probabilissima) sconfitta di Sarkozy
risiede proprio nel suo far asse con la Merkel in nome dell'Europa.
Dov'è allora l'opinione pubblica sempre più schierata a difesa dell'euro
di cui blatera il prof. Negri?
Se l'analisi fa acqua da tutte
le parti, ancora più significativi sono i due auspici finali
dell'articolo su Uninomade. Il primo si riferisce alle future scelte del
FdG di Mélenchon. Leggiamo:
«Nel caso non entri nel
governo, non possiamo prevedere dunque null’altro che un tentativo di
radicalizzare ed estremizzare le proposte di Hollande, oltre che
puntualmente criticarle, da parte di Mélenchon. Povero destino, se le
cose andranno davvero in questi termini. Povero destino anche se – e
fortemente lo auspichiamo – questa relativa impotenza non spingerà
Mélenchon a riprendere quella demagogia antieuropea che talora era
apparsa, più che nelle sue posizioni, in quelle di taluni suoi
sostenitori».
Di nuovo, governo a parte (ma ce ne occuperemo
subito di seguito), avete capito cos'è che sta davvero a cuore al prof.
Negri? Ciò che gli interessa è solo ed esclusivamente il fatto che la
sinistra non osi minimamente mettere in discussione l'Europa delle
oligarchie. Ciò che può fare è cercare di abbellirla, che non sia mai
che si metta in testa di voler riconquistare la sovranità nazionale, un
concetto che a Negri supponiamo possa provocare perfino l'orticaria.
Concludiamo sulla questione del governo. Negri auspica che Mélenchon
non entri nel futuro esecutivo. Auspicio totalmente condiviso da chi
scrive, ma per ragioni completamente diverse. Sentiamo:
«Molte
esperienze, ormai sviluppatesi a livello mondiale, ci mostrano che solo
l’estraneità dei movimenti ai governi, alle loro, talora necessarie,
talora volontarie, mediazioni nelle istanze europee, può essere efficace
in termini di reinvenzione programmatica e politica verso il “comune”.
Anche dalle forze che hanno sostenuto Mélenchon e da Mélenchon stesso,
ci aspettiamo questa decisione»
Se noi auspichiamo che il FdG non
entri a far parte del governo, in modo da mantenere quanto meno una
certa autonomia politica da Hollande (benché lo abbia immediatamente ed
incondizionatamente sostenuto in vista del secondo turno del 6 maggio),
per Negri il problema è di natura ben diversa. Per l'ex teorico
dell'Autonomia operaia il problema non è far parte o meno di un governo
che dovrà comunque varare pesanti misure antipopolari. No, per lui il
problema - che va ben oltre la vicenda francese - è che i movimenti
devono soltanto agire come stimolo e come pungolo ai governi ed alla
politica in generale.
Solo dei gonzi in preda agli effetti di
potenti allucinogeni potrebbero scambiare una simile concezione come la
quintessenza della difesa dell'autonomia dei movimenti, quando invece è -
teoricamente, ed ancor più nella pratica - la formula chimicamente
perfetta della subalternità ai governi delle classi dominanti (ed oggi
in particolare al «governo dell'Europa»), in una prospettiva che esclude
tassativamente non solo l'obiettivo del governo, ma pure quello del
potere rivoluzionario.
Per Negri, il socialista di destra
Hollande è quasi perfetto. Dunque deve governare. Ai movimenti (e alla
sinistra) il compito di suggerire qualche idea, senza mai disturbare il
manovratore, specie se «europeo». Insomma, dall'Autonomia operaia alla
subalternità europea il percorso non è stato breve ma è stato
interamente compiuto. Complimenti, se non altro ci ha fornito in questo
modo una precisa carta d'identità di una certa sinistra, quella da
rottamare. Non molto diversa, a ben guardare, da quella intenta a
contrabbandare il proprio tramonto, cercando di piazzarlo
(elettoralmente parlando) come la più pura ed avvincente delle Albe.