domenica 1 febbraio 2009

On 12:02 by Sa Defenza TM   No comments

Nel 2006 questo frammento è stato trovato al largo di Olbia ad opera della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le Provincie di Sassari e Nuoro.

Ma perchè questo frammento rischia di aprire un caso così eclatante rischiando di aprire una nuova visione sul pensiero scientifico dell’antichità?

Il Dott. Rubens Doriano sotto la cui direzione è avvenuto lo scavo, ha assicurato che la realizzazione del manufatto risale alla fine del 3° secolo a.C., proprio quando l’ellenismo era all’apice.

Con questa datazione, pertanto, risulta essere il più antico ingranaggio della storia. Si tratta di un frammento in bronzo di una ruota dentata di 43 millimetri di diametro, con in origine 55 denti sull’intera corona circolare.

Date le dimensioni ridotte del reperto da subito si è ritenuto essere parte di un congegno molto simile a quello ritrovato nelle acque dell’isola di Antikythera, che però risale al I secolo a.C..

A causa della presenza di abbondante ossido sulla superficie, i denti apparivano appena abbozzati e tutto lasciava supporre che gli stessi fossero a profilo triangolare come quelli del Calcolatore astronomico di Antikythera, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Atene, o come l’astrolabio Bizantino, costruito 8 secoli dopo il Calcolatore di Antikythera e conservato al London Science Museum.

Invece con grande stupore dal restauro è emersa che il profilo dei denti dell’ingranaggio non è triangolare, come quello dei meccanismi realizzati nei secoli successivi, ma curvo, tanto da sembrare straordinariamente simile a quello dei denti degli ingranaggi moderni.

La perfezione dell’ingranamento, senza giochi eccessivi e interferenze, si raggiunge negli ingranaggi moderni il cui profilo cuneiforme è la conclusione di studi matematici accurati e profondi formulati in epoca moderna.

I denti triangolari degli ingranaggi come quelli del Calcolatore di Antikythera e dell’astrolabio Bizantino, invece, permettono certamente l’ingranamento, ma in modo molto grossolano per l’eccessivo gioco fra i denti

Da uno studio accurato al computer è stato ricostruito il profilo della corona dentata del reperto che dalle misurazioni è risultata quasi coincidente con il profilo degli ingranaggi moderni, mentre sono molto marcate le differenze dimensionali con gli ingranaggi a profilo triangolare.

Il reperto di Olbia presenta anche un dente rotto con inizio rottura proprio a metà altezza, prova inconfutabile che l’ingranaggio facesse parte di un meccanismo che ha lavorato.

Lungi dall’affermare che sia un manufatto di natura greca il reperto evidenzia comunque una straordinaria precisione costruttiva, nonostante sia stato realizzato manualmente in modo poco “tecnologico” per la mancanza all’epoca di speciali attrezzature, macchine utensili e strumenti di misura, elementi indispensabili per eseguire una corretta lavorazione metalmeccanica.

Anche se di piccole dimensioni, il reperto di Olbia è di notevole valore archeologico e scientifico, ed è prova molto importante della grandezza del pensiero scientifico ellenistico, che conferma quanto tanti pensano ma che non si riesce a dimostrare con facilità per mancanza di reperti e, soprattutto, di testi.

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Molte altre apparecchiature del genere sono state prodotte e sono andate, forse definitivamente, perdute perché non sono state correttamente comprese dagli addetti ai lavori, il più delle volte interessati a statue o vasi di più immediata e pregnante presa sul pubblico.

Infatti se un gruppo di pescatori di spugne non si fosse imbattuto nel relitto della nave circa un secolo fa, duemila anni dopo il naufragio del Calcolatore di Antikythera, lo stesso sarebbe ancora in fondo al mare a disintegrarsi per la corrosione, e se, una volta ripescato, il meccanismo non avesse ”trovato” un archeologo che, tra le altre cose era anche un fisico, il De Solla Price, sarebbe ancora dimenticato in un armadio del museo di Atene. Così pure se un avveduto ed esperto archeologo, come Rubens D’Oriano, non avesse dato il giusto valore a un apparente insignificante e malconcio frammento di bronzo, non avremmo potuto conoscere quanto questo studio ha rivelato.

Lo studio integrale stato presentato al XVIII Convegno Internazionale di studi su ”L’Africa Romana”, organizzato dall’Università di Sassari si è tenuto ad Olbia dall’11 al 14 dicembre 2008.
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