giovedì 25 febbraio 2010

On 06:36 by Sa Defenza TM   No comments

Eduardo Zarelli

ilribelle.com

Al di là del nulla della conferenza - “nulla”

tradotto in tutte le lingue del mondo -

la realtà è la seguente: stiamo già vivendo

in condizioni atmosferiche

nelle quali l’uomo non ha mai vissuto.


Il vertice sul clima recentemente svoltosi a Copenhagen ha certificato – quantomeno - la consapevolezza generalizzata della drammatica cesura tra la civilizzazione industriale e l’ambiente, tra cui i primi responsabili che sono gli Stati Uniti e la Cina. Ancora a Kyoto nel ’97 erano molti i riluttanti che si nascondevano dietro la stucchevole querelle tra scienziati scettici o persuasi schierati ad avanspettacolo, quando i più preveggenti, descrivono l’evoluzione possibile dello sconquasso climatico, parlando di guerra.

Guerre tra Stati, per metter le mani su acqua, combustibili, metalli scarseggianti. Non seguiremo quindi le percentuali stabilite sul taglio alle emissioni nel confronto tra necessità economiche, compatibilità ambientali e rapporti di forza internazionali, ma cercheremo la persuasione di un ragionamento consapevole.

Ciascun nuovo rapporto proveniente dai climatologi di ogni latitudine ci fa capire che il cambiamento climatico è il problema più angosciante col quale ci siamo mai confrontati. Sembra ad esempio che stiamo già vivendo in condizioni atmosferiche nelle quali gli esseri umani non hanno mai vissuto prima: siamo, infatti, entrati in un territorio climaticamente sconosciuto. Il mutamento climatico sta procedendo a velocità superiore alle previsioni: l’obiettivo che fino a ieri sembrava sufficiente, un tetto di concentrazione di CO2 in atmosfera di 450 parti per milione, non ci protegge dal rischio della catastrofe.

Nello studio “Il cambio climatico in Antartide e l’ambiente” redatto da nove scienziati (fra cui l’italiano Guido Di Prisco), con il contributo di oltre 100 ricercatori, per conto del Comitato Scientifico Internazionale per la Ricerca Antartica, si sostiene che i mari si alzeranno, di almeno 1,4 metri. Non si tratta di scienziati contro scienziati. La diversità di previsione riguarda la rapidità di scioglimento dei ghiacci artici rispetto a quelli antartici. Paradossalmente l’Antartide è rimasta inalterata negli ultimi decenni per lo strato di ozono compromesso dalle emissioni industriali, ma tutto questo sta finendo.

«La paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, poiché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici»

Il cambiamento climatico che causa anche l’indebolimento della corrente del golfo, molto più velocemente di ciò che si pensava fino ad oggi, paradossalmente significa che il riscaldamento globale potrebbe far sì che le zone dell’Europa del Nord ed altre zone nel mondo si congelino - anche se la tendenza, a lungo termine, sarebbe quelle di andare incontro ad un aumento delle temperature.

Ciò che è ancora più allarmante è che questi e altri cambiamenti potrebbero chiaramente avere luogo molto più velocemente di quello che pensiamo.

I “ribaltamenti” climatici che portano a condizioni climatiche molto diverse tra loro, sembrano aver avuto luogo negli ultimi dieci anni.

Nel frattempo siamo già testimoni di una nuova tendenza del clima nella quale si è notato un aumento di lunghi periodi di siccità, alternati a violenti temporali, alluvioni - una tendenza che potrà solo peggiorare all'aumentare delle temperature mondiali.

I maggiori panieri del mondo, quali la Cintura del Mais americana, le Pianure canadesi e la Cintura di grano australiana, hanno subito grandi periodi di siccità negli ultimi anni.

Queste zone diventano sempre più secche, con una corrispondente riduzione delle risorse mondiali di cibo. In aggiunta, le risorse dei maggiori fiumi mondiali si trovano in zone montane quali le Montagne Rocciose negli USA e in Himalaia in Asia.

In primavera le masse nevose ed i ghiacciai si sciolgono riempiendo i fiumi, tuttavia, le piogge stanno aumentando e sostituendo la neve ed i ghiacciai si stanno ritirando, e questo causa una corrispondente riduzione della portata stagionale dei fiumi e della possibilità dei contadini di irrigare i loro raccolti.

Se questo non bastasse, l’aumento dei livelli dei mari fa stimare - a cura del Pannello Intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) - che il 30% del terreno agricolo mondiale potrebbe essere saturato dall'acqua salmastra e delle alluvioni durante i distruttivi storm-surge e le conseguenti onde anomale.

Dobbiamo anche comprendere che il cambiamento climatico ha delle ripercussioni in ogni aspetto della nostra vita, non solo nel procurarci cibo, ma sulla nostra salute, poiché le zone temperate saranno invase dai vettori e dai patogeni delle malattie tropicali e, più in generale, di forme virali mutanti. Anche l'economia ne sarà seriamente affetta.

Dobbiamo anche considerare che, anche senza un cambiamento climatico, dovremo sostituire i nostri consumi di petrolio poiché le riserve mondiali di petrolio, conveniente e accessibile, si stanno esaurendo rapidamente e ci si attende che la produzione raggiunga il suo apice entro i prossimi decenni. D’altra parte la domanda sta salendo vertiginosamente, soprattutto quale risultato della rapidissima industrializzazione della Cina, dell’India e d'altri paesi asiatici.

Data la correlazione economica e finanziaria con gli Stati Uniti e, più in generale, con l’Occidente, i prezzi saranno soggetti a speculazioni senza pari e le ristrettezze nelle riserve saranno all’ordine del giorno.

Che cosa fare?

Chiaramente per prima cosa dobbiamo sganciarci dalla nostra dipendenza dal petrolio ed imparare a farne decisamente a meno. I deficit nelle scorte di petrolio possono causare una grave recessione, mentre un deficit permanente potrebbe causare un vero collasso economico dato che il petrolio non è solo un carburante per i trasporti ma anche la base chimica della maggior parte dei prodotti di trasformazione industriale.

Questo significa soprattutto aumentare velocemente l’efficienza energetica. I veri tagli alle emissioni si possono realizzare eliminando gli sprechi e l’inefficienza. L’energia rinnovabile, in particolare quella eolica, ad oggi molto economica, dovrebbe giocare un ruolo come quella solare.

Due regioni spagnole, la Navarra e l’Aragona, in dieci anni sono arrivate al 70 per cento di elettricità da fonti pulite. Perché non fare altrettanto?

Jeremy Rifkin parla poi dell’economia a idrogeno come propellente di una nuova rivoluzione industriale, trasmessa quindi su tre ruote motrici: le energie rinnovabili, gli edifici sostenibili e le reti intelligenti per distribuire l’energia secondo il modello del web, spostando il potere speculativo dalle oligarchie dell’energia fossile alle persone e quindi alle comunità partecipate.

Altri ecologisti hanno minori certezze sul futuro delle celle a combustibile legate all’idrogeno. In ogni caso, è oramai gioco forza proiettare la decisione politica su scenari di reale mutamento paradigmatico del modello di sviluppo, fino ad oggi pensato come illimitato.

Non è infatti solo una questione di petrolio. Il mondo naturale, in particolare le sue foreste e tutta l’altra vegetazione, le zone umide, le sue terre e soprattutto i suoi oceani, sono in grado di assorbire fino al 50% delle emissioni di anidride carbonica. Come tutti sappiamo, vengono distrutte a una velocità senza precedenti e questo potrà solo ridurre drasticamente il loro potere di assorbire le emissioni di anidride carbonica. L’Hadley Centre ha considerato questo in un modello recente, che ha portato alla revisione delle stime fatte dall’IPPC, in cui si diceva che le temperature medie terrestri potrebbero salire fino a 5.80 centigradi entro la fine di questo secolo.

Per riuscire a salvare il nostro pianeta, questa distruzione deve finire e finire molto velocemente mentre il resto del mondo naturale deve essere protetto coscienziosamente. Una severa conservazione, non lo sviluppo, devono essere all’ordine del giorno. Ad esempio, non si dovrà più permettere alla silvicoltura di abbattere foreste naturali ed in particolare le foreste tropicali.

Altre attività che prevedono la distruzione delle foreste, quali le attività di miniera e la costruzione di grandi dighe, dovrà essere seriamente ridotta, mentre al contrario, dobbiamo aumentare significativamente le zone di sottobosco. L’industria agricola dovrà fare a meno delle macchine pesanti e dovrà abbattere i propri arsenali, pieni di sostanze chimiche tossiche, che distruggono gli ecosistemi trasformando rapidamente il terreno fertile in polvere e rilasciando enormi quantità di carbonio nell’atmosfera.

Il vero problema che si dovrebbe affrontare è: quanto tempo ci vorrà per assicurare questa transizione necessaria? L’agenda politica si muove su estensioni temporali non credibili all’oggi.

La scala di attuazione per decenni è un tempo troppo lungo poiché le nostre attività distruttive possono trasformare il mondo naturale in una sorgente di emissioni di anidride carbonica piuttosto che un fisiologico assorbitore, allo stesso modo dell’aumento delle temperature e se le temperature continuano ad aumentare alla velocità attuale, questo potrebbe accadere entro i prossimi 30-50 anni e noi potremmo trovarci ad un punto incontrollabile verso l’aumento inesorabile delle temperature. Per questo motivo, dobbiamo prendere provvedimenti adeguati ora. Non c'è più tempo da perdere.

Anche se dovessimo ridurre le emissioni del 60%-80% per prevenire la destabilizzazione climatica, la temperatura della superficie terrestre continuerà ad aumentare nei prossimi 150 anni, tempo in cui l’anidride carbonica rimane nell’atmosfera e per molto più tempo, nei mari e oceani. Conseguentemente, possiamo solo sperare che l’aumento delle temperature rallenti abbastanza da garantire che il nostro pianeta possa rimanere un luogo vivibile, una volta che il clima si dovesse stabilizzare.

La paura può trasformarsi in responsabilità politica. È la convinzione del filosofo Hans Jonas: «La paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, poiché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici» (Il principio responsabilità, Einaudi 2009). Dobbiamo quindi creare un tipo di società che minimizzi l’utilizzo del combustibile fossile e ridefinisca nella sostenibilità il rapporto tra cultura e natura.

Il solo tipo di società in grado di soddisfare queste condizioni è una società comunitaria in cui le attività economiche siano condotte su scala più ridotta, occupandosi principalmente dell’interdipendenza dei mercati locali e regionali, con un respiro continentale mediato dalla sussidiarietà e il pluralismo identitario. L’Europa è storicamente l’avanguardia della battaglia per la difesa della biosfera, un motivo in più per sfruttare le sue grandi potenzialità in una visione geopolitica multilaterale dei destini mondiali.