venerdì 24 maggio 2013

On 13:49 by Sa Defenza TM   No comments

Un laboratorio chiamato Adriatico 

Il caso della piattaforma "Giovanna", nella provincia di Teramo, dove Eni-Agip ha operato negli anni 90. Come estrarre gas "fratturando" il fondo servendosi di acqua marina. Volumi triplicati, costi ridotti. Anche grazie a concessioni convenienti

di Pietro Dommarco 

“Fino al 1992 nel mio pezzo di mare, abbastanza lontano dalla costa, pescare era una bellezza. Ma quando è arrivata Giovanna ho smesso, perché l’acqua non era più la stessa”. 
Con queste parole Aldino ricorda il suo passato da pescatore. Tossisce, si ferma un attimo, appoggia la cornetta sul tavolo, si allontana, e poi ritornando al telefono dice che “il mare di fronte al tratto di costa tra Montesilvano e Marina di Silvi e Giulianova pure oggi non è lo stesso. A me non piace più”. Siamo nel medio Adriatico, in Abruzzo, nella provincia di Teramo dove le numerose piattaforme di gas -monotubolari, bitubolari e reticolari- hanno cambiato le abitudini dei pescatori. Anche se fino al 2002 (anno in cui è entrata in vigore un’ordinanza della Capitaneria di Porto di Pescara, ndr) pescare in prossimità delle piattaforme metanifere era quasi una regola fissa. Una di queste è la piattaforma “Giovanna” (in foto), realizzata nel 1992, e localizzata a poco più di 23 miglia dalla costa. A 37, 38 chilometri dalla terraferma.
 
Il giacimento di gas “Giovanna” fu scoperto da Agip e Deutsche Shell nel 1988, dopo 6 anni dalla messa in produzione del giacimento “Emma”, con omonima piattaforma. Entrambe si trovano all’interno della 
concessione di coltivazione “B.C 10.AS”, conferita il 16 dicembre 1980 e per la quale alle due compagnie fu addebitato un canone annuo di 867.400 lire. 40 lire per ettaro. Nel 1993 la Edison Gas subentra alla Shell, nel 1998 l’Eni prende il posto dell’Agip e nel 2010 l’Adriatica idrocarburi spa rileva le quote di Eni, affiancandosi alla Edison. Secondo gli ultimi dati forniti dal ministero dello Sviluppo economico negli ultimi dieci anni la produzione media è stata di quasi 255 milioni di metri cubi di gas ed i pozzi produttivi sono 12, anche se ne sono stati perforati almeno una quarantina.
Il signor Aldino pur affermando che “l’acqua non era più la stessa”, non poteva sapere che il giacimento “Giovanna” -oltre a cambiare presumibilmente il suo destino di pescatore- è stato oggetto di una particolare sperimentazione di fratturazione idraulica (chiamata fracking). A darne notizia un articolo scientifico pubblicato il 17 luglio 2000 su Oil&Gas Journal, dal titolo “Seawater streamlines polymer-free fracturing” (L’acqua marina accelera la fratturazione senza polimero). Lo studio si è focalizzato in un periodo che va dal 1994 al 1999 ed ha interessato la riperforazione dei pozzi 6, 12 e 20. Il primo tuttora produttivo. Il secondo ed il terzo produttivi ma non più eroganti. 
“Un nuovo fluido, basato sull’acqua marina e senza polimeri, ha migliorato l’efficienza operativa di 23 banchi di frattura nell’area Giovanna di Eni Agip, fuori dall’Italia nel Mare Adriatico. I trattamenti facevano parte di un pozzo a tre vie, programma di riprocessamento multizonale, che richiedeva una stimolazione con frattura di grandi dimensioni. Per Eni-Agip, questi costituivano i primi trattamenti riusciti che includevano acqua marina come fluido base per il sistema ClearFrac di Schlumberger, un fluido di frattura senza polimeri, viscoelastico tensioattivo (VES)”. Si apre così il documento. In sostanza, l’acqua marina “è stata usata come fluido base per ridurre i costi di frattura in mare aperto in diverse parti del mondo, ma i risultati del trattamento sono stati confusi” […] “Le recenti operazioni di frattura nel Mare Adriatico hanno dimostrato che l’acqua marina è una base efficace” […] “L’acqua  marina riduceva  anche i costi incrementando l’efficienza operativa e preservando i tempi della piattaforma e del processo”. In pratica, prima di accertare con successo le operazioni di ingegneria mineraria e geologica applicata all’industria estrattiva, le estrazioni di gas a mezzo fatturazione idraulica venivano operate utilizzando un fluido di polimeri HEC (idrossietilcellulosa). Invece, in questo caso i tecnici di Eni-Agip -operanti sui pozzi dell’area Giovanna- hanno sperimentato un fluido viscoelastico tensioattivo, appunto il VES. Attraverso le analisi chimiche hanno stabilito che questo tipo di fluido era più funzionale rispetto all’HEC, perché riusciva ad agire senza polimeri e, cosa non meno secondaria, a utilizzare esclusivamente acqua marina. Con questa sperimentazione di fratturazione idraulica si è reso possibile il riprocessamento di pozzi ritenuti esauriti o a scarso rendimento, estraendone il più possibile il contenuto di idrocarburi (in questo caso gas), triplicazione dei volumi di materiale estratto e decisa contrazione del volume dei costi e dei tempi morti di produzione. Ed è proprio il caso dell’area  “Giovanna”, caratterizzata da strati di scisto e contenente “formazioni più sporche e con minor permeabilità con contenuto di argilla elevato fino al 50%”. Una sperimentazione riuscita, tanto da essere ripetuta qualche anno più tardi, in più a nord, nel mare di fronte le coste di Falconara marittima, nel giacimento “Barbara”. Un campo off-shore di sfruttamento del gas enorme, nel quale sono stati perforati dagli anni Settanta ad oggi oltre 100 pozzi, gran parte direzionali, ed installate ben 11 piattaforme. Alcuni degli autori dell’articolo, dopo un passato in Eni, oggi lavorano presso l’Halliburton, la prima azienda ad usare commercialmente questa tecnica di stimolazione dei giacimenti.
Non è, comunque, la prima volta che il mar Adriatico è trasformato in banco di prova. Ad esempio -più a Sud rispetto alla piattaforma Giovanna- di fronte le coste di Vasto, nella concessione ad olio “Rospo Mare”, la Elf Italiana perforò uno dei primi pozzi orizzontali in Europa, il “Rospo Mare 6 dir”. Era il 1982 e la storia è raccontata in uno stralcio di documento della stessa azienda.  

sabato 18 maggio 2013

On 13:45 by Sa Defenza TM   No comments
MonsantoProtests
di 

Vandana Shiva 
Tradotto da  Giuseppe Volpe


“La Monsanto è un’impresa agricola.
Applichiamo innovazione e tecnologia per aiutare i coltivatori di tutto il mondo a produrre di più conservando di più.
Produrre di più – Conservare di più – Migliorare la vita dei coltivatori.”

Queste sono le promesse della Monsanto sul suo sito Web, assieme a fotografie di agricoltori prosperi e sorridenti dello stato del Maharashtra. Si tratta di un tentativo disperato della Monsanto e della sua macchina della propaganda di separare l’epidemia di suicidi di contadini in India dal crescente controllo della società sulle forniture delle sementi di cotone; il 95% dei semi di cotone in India è oggi controllato dalla Monsanto.

Il controllo sui semi è il primo anello della catena alimentare perché i semi sono la fonte della vita. Quando un’impresa controlla i semi, controlla la vita, specialmente la vita degli agricoltori.

Il controllo concentrato della Monsanto sul settore delle sementi in India, così come in tutto il mondo, è molto preoccupante. E’ ciò che collega i suicidi dei contadini indiani alla causa ‘Monsanto contro Percy Schmeiser’ in Canada, a quella ‘Monsanto contro Bowman’ negli Stati Uniti e agli agricoltori del Brasile che hanno citato la Monsanto per 2,2 miliardi di dollari per lo scorretto incasso di diritti.

Mediante i brevetti sui semi la Monsanto è diventata il “Signore della Vita” del nostro pianeta, incassando rendite dagli agricoltori, i selezionatori originali, sul rinnovo della vita.

I brevetti sui semi sono illegittimi perché inserire un gene tossico nella cellula di una pianta non è “creare” o “inventare” una pianta. Questi semi sono un inganno; l’inganno che la Monsanto sia la creatrice dei semi e della vita; l’inganno che mentre la Monsanto cita in giudizio i contadini e li intrappola nei debiti, pretende si lavorare per il benessere dei contadini, e l’inganno che gli OGM alimentino il mondo. Gli OGM non riescono a controllare i parassiti e le infestanti e hanno invece portato all’emergere di super-parassiti e super-infestanti.

L’ingresso della Monsanto nel settore indiano delle semenze è stato reso possibile da una Politica delle Semenze del 1988 imposta dalla Banca Mondiale, che impose al governo indiano di deregolamentare il settore dei semi. Cinque cose sono cambiate con l’ingresso della Monsanto. Primo: le imprese indiane sono state intrappolate in accordi di joint-venture e di licenze, e la concentrazione nel settore delle sementi si è accresciuta. Secondo: i semi che erano stati la risorsa comune degli agricoltori sono diventati “proprietà intellettuale” della Monsanto, che ha cominciato a incassarne i diritti, aumentando così il costo di essi. Terzo: l’impollinazione naturale dei semi di cotone è stata vanificata da ibridi, compresi ibridi OGM. Una risorsa rinnovabile è diventata non rinnovabile e una merce brevettata. Quarto: il cotone, che in precedenza era stato coltivato insieme a colture alimentari, doveva essere coltivato come monocoltura, con una più elevata vulnerabilità a parassiti, malattie, siccità e fallimento dei raccolti. Quinto: la Monsanto ha cominciato a sovvertire le procedure regolamentari indiane e, di fatto, ha cominciato a usare risorse pubbliche per spingere i suoi ibridi e OGM non rinnovabili attraverso le cosiddette partecipazioni pubblico-private (PPP).

Nel 1995 la Monsanto ha introdotto in India la sua tecnologia Bt attraverso una joint-venture con la società indiana Mahyco. Nel 1997-98 la Monsanto ha avviato illegalmente la sperimentazione sul campo del suo cotone OGM Bt e ha annunciato che avrebbe immesso in commercio i suoi semi l’anno successivo. L’India ha sin dal 1989 norme per regolare gli OGM in base alla Legge sulla Protezione dell’Ambiente. Per sperimentare gli OGM è obbligatorio ottenere l’approvazione del Comitato per l’Approvazione dell’Ingegneria Genetica alle dipendenze del ministero dell’ambiente. La Fondazione di Ricerca per la Scienza, la Tecnologia e l’Ecologia ha citato in giudizio la Monsanto presso la Corte Suprema indiana e la Monsanto non ha potuto avviare la commercializzazione dei suoi semi di cotone Bt fino al 2002.

E, dopo l’incriminante rapporto del comitato parlamentare indiano sui raccolti Bt nell’agosto 2012, la giuria di esperti tecnici nominata dalla Corte Suprema ha raccomandato una moratoria di dieci anni delle sperimentazioni sul campo di tutti i cibi OGM e il blocco di tutti gli esperimenti in corso sui raccolti transgenici.

Ma l’agricoltura indiana era già stata cambiata.

I monopoli delle sementi in capo alla Monsanto, la distruzione delle alternative, l’incasso di superprofitti sotto forma di diritti e l’accresciuta vulnerabilità delle monocolture hanno creato un contesto d’indebitamento, suicidi e di emergenze agrarie che sta conducendo all’epidemia di suicidi degli agricoltori indiani. Tale controllo sistemico è stato intensificato dal cotone Bt. E’ per questo che la maggior parte dei suicidi avviene nell’area del cotone.

Un parere interno del ministero dell’agricoltura indiano del gennaio 2012 ha avuto questo da dire agli stati indiani coltivatori di cotone: “I coltivatori di cotone sono in profonda crisi dopo essere passati al cotone Bt. L’ondata di suicidi di agricoltori del 2011-12 è stata particolarmente grave tra i coltivatori di cotone Bt.”

La più vasta area di coltivazione di cotone Bt si trova nel Maharashtra e tale stato è quello in cui ha luogo il maggior numero di suicidi. I suicidi sono aumentati dopo l’introduzione del cotone Bt; l’imposizione dei diritti da parte della Monsanto e l’alto costo dei semi e dei prodotti chimici ha creato una trappola del debito. Secondo dati del governo indiano, quasi il 75% del debito rurale è dovuto all’acquisto di materie prime. Col crescere dei profitti della Monsanto, cresce il debito degli agricoltori. E’ in questo senso sistemico che i semi della Monsanto sono semi di suicidio.

I semi ultimi del suicidio sono costituiti dalla tecnologia brevettata dalla Monsanto per creare semi sterili. (Chiamata “tecnologia Terminator” dai media, la tecnologia dei semi sterili è un tipo di Tecnologia di Restrizione dell’Utilizzo dei Geni, GRUT, in cui i semi prodotti da un raccolto non crescono; i raccolti non producono semi per pianticelle vitali o producono semi vitali con specifici geni disattivati). La Convenzione sulla Diversità Biologica ne ha bandito l’uso, altrimenti la Monsanto incasserebbe profitti anche maggiori dalle sementi.

I discorsi della Monsanto sulla “tecnologia” cercano di nascondere i suoi reali obiettivi di proprietà e controllo sulle sementi in cui l’ingegneria genetica è solo un mezzo per controllare il sistema alimentare e delle sementi attraverso brevetti e diritti di proprietà intellettuale.

Un rappresentante della Monsanto ha ammesso che la società è stata “insieme il diagnosta e il terapeuta del paziente” nello stilare i brevetti sulle forme di vita, dai microrganismi alle piante, in seno all’accordo TRIPS della WTO. Impedire ai coltivatori di conservare i semi e di esercitare la propria sovranità sulle semine è stato il suo principale obiettivo. La Monsanto sta ora estendendo i suoi brevetti a semi coltivati in modo tradizionale, come nel caso dei broccoli e dei peperoncini, o del grano a basso glutine che ha piratato dall’India e che noi abbiamo contestato come un caso di biopirateria presso l’Ufficio Europeo dei Brevetti.

E’ per questo che abbiamo creato Fibres of Freedom [Fibre della Libertà] nel cuore dell’area del cotone Bt e dei suicidi di Vidharba. Abbiamo creato banche comunitarie dei semi con semi indigenti e abbiamo aiutato gli agricoltori a passare alle colture organiche. Niente semi OGM, niente debiti, niente suicidi.