lunedì 21 dicembre 2009

On 11:44 by Sa Defenza TM   No comments
innovazione e industria, politiche da ritrovare
Mario Pianta
ilmanifesto.it
Il tasso di disoccupazione al 10% negli Stati Uniti e in molti paesi europei mostra quanto sia ancora grave la crisi. Quale sarà il volto dell'economia reale, delle strutture produttive, dopo la fine della recessione? I protagonisti - le grandi imprese - hanno licenziato, chiuso impianti e trasferito produzioni all'estero, hanno tagliato investimenti e ricerca, aperto la caccia alle acquisizioni di imprese in difficoltà, concentrato le attività nei centri produttivi maggiori e nei settori del core business. Queste strategie, nell'industria come nei servizi, creano ostacoli alla ripresa e mettono in pericolo economie locali, reti di subfornitura, occupazione e redditi.
Sono problemi comuni ai paesi europei, ma particolarmente seri per gli anelli più deboli delle catene produttive, come l'Italia, dove da dieci anni la produttività del lavoro è ferma. Ad aggiornare quest'immagine ci sono i nuovi dati Istat sulle «Misure di produttività», che registrano, dopo variazioni del -0,3% in media tra il 2000 e il 2004, un +0,2% tra il 2004 e il 2008: i livelli di produttività del lavoro sono sostanzialmente fermi a quelli di dieci anni fa, e la crisi farà scivolare più in basso i dati del 2009. Tutto questo a fronte di tassi di crescita ben più sostenuti non solo nei nuovi paesi industriali, ma anche nei vecchi paesi del Nord Europa e in Germania.
Il «decennio perduto» della produttività italiana è il risultato della scelta di lasciar fare alle imprese (o ai «miracoli» dei distretti), confidando che decisioni individuali di mercato potessero assicurare non solo maggior efficienza di breve periodo nell'allocazione delle risorse, ma anche sagge scelte di lungo termine nello sviluppo di nuove tecnologie, investimenti e produzioni. Le politiche industriali e dell'innovazione - che avevano avuto un ruolo centrale nello sviluppo dell'Europa del dopoguerra - sono state dimenticate, travolte dal pensiero unico liberista. Il risultato è stato soltanto il declino industriale. L'Italia, e buona parte dell'Europa, si ritrovano su traiettorie tecnologiche tradizionali, con vecchi prodotti, scarsa ricerca e innovazione, una bassa dinamica della domanda e un pesante impatto ambientale delle produzioni.
Le decisioni sul futuro della struttura produttiva italiana ed europea devono essere riportate all'interno della sfera pubblica. Una nuova generazione di politiche può superare i «fallimenti» del passato e introdurre interventi creativi e selettivi. Gli obiettivi delle politiche industriali e dell'innovazione dovrebbero favorire lo sviluppo di conoscenze, tecnologie e attività economiche che migliorino le prestazioni economiche, le condizioni sociali e la sostenibilità ambientale. Favorendo attività e settori caratterizzati da processi di apprendimento, rapido cambiamento tecnologico e forte crescita di domanda e produttività. Un elenco preliminare delle attività da privilegiare può comprendere la conoscenza, l'informazione e comunicazione, l'ambiente e le energie rinnovabili, la salute e il welfare.
Sul sito www.sbilanciamoci.info proponiamo forme e contenuti che le politiche industriali e per l'innovazione potrebbero assumere. Per fermare la scomparsa di attività produttive, per accelerare l'uscita dalla recessione, per spostarsi - dopo Copenhagen - su una traiettoria di sviluppo sostenibile.

giovedì 3 dicembre 2009

On 07:14 by Sa Defenza TM   No comments
Marina Forti
ilmanfesto.it
I rubinetti sono rari, negli slum operai sorti attorno al vecchio stabilimento della Union Carbide, della zona industriale di Bhopal, India: l'acqua si attinge per lo più da fontane pubbliche che pescano da pozzi, ma è contaminata. La cosa è nota da tempo, e due studi pubblicati di recente lo confermano: l'acqua pescata nel raggio di alcuni chilometri dalla fabbrica contiene sostanze tossiche in quantità di molto superiori alle soglie di legge.
Uno è lo studio pubblicato dal Centre for Science and Environment (Cse) di New Delhi: ha trovato pesticidi in concentrazioni 40 volte superiori alle norme di sicurezza indiane nell'acqua attinta a 3 chilometri dallo stabilimento. Poi c'è l'indagine del gruppo di studio britannico Bhopal Medical Appeal: ha trovato sostanze cancerogene come il carbonio tetrafluoruro in percentuali fino a 2.400 volte superiori alle linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità. La fonte della contaminazione non è un mistero: sta nella carcassa arrugginita del vecchio stabilimento di fertilizzanti e pesticidi, in disuso ormai da 25 anni.
Già, è passato un quarto di sec
olo dalla notte che tutti a Bhopal ricordano come l'inferno. Era la notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984. L'impianto si era surriscaldato; una cisterna esplose lasciando uscire 40 tonnellate di sostanze chimiche. Il gas, «sparato» ad alta pressione, investì in pieno la borgata di Jayaprakash Nagar, proprio di fronte ai cancelli, e altri slum limitrofi. Migliaia di persone sono morte soffocate quella notte stessa - 1.600 secondo il conto ufficiale, quasi 6.000 per le organizzazioni che si occupano delle vittime. Molti di più sono morti in modo lento nei mesi e anni seguenti, consumati da tumori ai polmoni e altre malattie. I bilancio ha superato ormai le ventimila vittime. Per questo Bhopal, capitale dello stato di Madhya Pradesh, nell'India centrale, oggi sta all'industria chimica come Hiroshima sta all'olocausto nucleare.
Il punto è che dopo tanti anni, l'eredità della «gas tragedy» resta pesante. Chi è sopravvissuto al gas convive con tumori, malattie respiratorie, nervose. Molti hanno perso i parenti. Nel 1989 il governo dell'India, c
ome unico rappresentante delle vittime in un processo contro Union Carbide accettò un patteggiamento: l'impresa versava 470 milioni di dollari come risarcimento. L'accordo è stato molto criticato. Sia perché il risarcimento era calcolato su 3.000 defunti e centomila sopravvissuti - ma i tribunali hanno poi riconosciuto oltre 574mila persone «gas affected»: cinque volte di più. Vicenda penosa, i risarcimenti: tra il '95 e il '96 le vittime riconosciute hanno ricevuto una tantum 15mila rupie ciascuno, circa 400 dollari di allora. Nessuna pensione per chi era rimasto invalido. E poi, con quel patteggiamento Union Carbide chiudeva le sue responsabilità. Solo più tardi la «Campagna internazionale per la giustizia a Bhopal» ha aperto presso il tribunale di New York una causa legale contro Union Carbide - che nel 2001 è stata acquisita da Dow Chemical, escluso però il vecchio stabilimento di Bhopal, che ora appartiene al governo indiano. L'eredità è pesante anche perché in quello stabilimento arrugginito restano migliaia di tonnellate di residui tossici esposti alle intemperie, mentre altre tonnellate di reflui sono stoccati in vasche mal isolate: sono quelli che contaminano l'acqua. Ma la responsabilità della bonifica viene rimpallata tra Dow Chemical, governo del Madhya Pradesh, governo centrale. Mentre decine di migliaia di abitanti continuano ad assorbire veleni: ma non rientrano tra le «gas affected people»

mercoledì 11 novembre 2009

On 07:07 by Sa Defenza TM   No comments

Alessio Mannino

ilribelle.com

Mentre eravamo (quasi) tutti al mare, i nostri politici c’imponevano l’approvazione del Trattato di Lisbona. Da lì è cambiato molto, ma ancora oggi, molti non hanno idea della portata dell’evento.


Attenzione: stiamo perdendo praticamente in modo assoluto la sovranità nazionale. In Europa, se passasse del tutto il Trattato di Lisbona, si deciderebbe della nostra vita in tutto e per tutto. E le decisioni verrebbero prese da persone che siedono sugli scanni europei senza il diritto di farlo. Senza che gli italiani li abbiano scelti e mandati lì. Per ora, ad opporsi con forza alla cosa, c’è solo la Corte Costituzionale tedesca. E noi?

Eurocrazia

Segnatevi la data: il 31 luglio 2008, fra gli applausi scroscianti dei parlamentari e del governo, in Italia è avvenuto un colpo di stato: anche noi abbiamo rinunciato ad essere un paese a tutti gli effetti sovrano. Era in estate, la gente al mare, e dopo il Senato che lo aveva approvato il 23 di quel mese, anche la Camera adottava «all’unanimità»1 il Trattato di Lisbona, depositato ufficialmente il successivo 8 agosto. Un referendum, da noi, non è possibile perché la Costituzione lo vieta su materie come la politica estera. Piccolo particolare: qui non stiamo parlando di affari esteri, ma di affari nostri, perché Lisbona rappresenta il più grande attacco sferrato alla libertà dei popoli e degli individui dall’eurocrazia, al potere per diritto divino e non per volontà popolare. Dal golpe bianco di quei giorni, nessuno ha sentito più nulla fino al 2 ottobre scorso, quando l’Irlanda, impaurita dalla crisi e rassicurata dalle promesse degli euro-burocrati (non verrà obbligata a legalizzare l'aborto, non perderà controllo sulla fiscalità, non vedrà minacciata la propria neutralità) è andata alle urne per la seconda volta in due anni ribaltando il fiero no all’Europa del giugno 2008 in un netto sì (67% con un’affluenza del 58% degli aventi diritto).

Prima osservazione: non bastava il primo no? Oppure quando il risultato è contrario a ciò che vuole il governo si deve tornare a votare ad oltranza fino a ribaltare la volontà popolare?
Con l’adesione irlandese, invece, e il recente superamento delle diffidenze polacche, a frapporre ostacoli al cammino di ratifica di ciò che di fatto sarà la Carta costituzionale dell’Unione Europea oggi è solo la Repubblica Ceca guidata dal suo recalcitrante presidente, il poeta Vaclav Klaus.


Segretezza

E ne ha ben donde. Il testo2 noto come “Trattato di Lisbona” vuole essere il cemento legislativo con cui dare vita agli Stati Uniti d’Europa: un Superstato nel quale l’indipendenza delle singole nazioni verrà requisita da uomini e istituzioni con sede a Strasburgo e Bruxelles. Dalle cui decisioni il cittadino comune, com’è logico, rimarrà rigorosamente escluso. Inaugurato con la conferenza di Laeken in Belgio nel 2001, il processo che ha portato a Lisbona è l’opera di una Convenzione di saggi, presieduti dall’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaing e da Giuliano Amato, il quale candidamente rivendicò3 la scelta di produrre un ammasso informe e illeggibile di 2800 pagine fitte di rimandi, note e modifiche per evitare che qualcuno, a parte loro, ci capisse qualcosa. Dopo la sonora bocciatura dei referendum francesi e olandesi nel 2005, fu infatti a Lisbona nel 2007 che i capi dei ventisette stati europei decisero di dare alla nuova magna charta la veste definitiva: scritta in segreto, firmata in segreto, dai contenuti segreti perché impossibili da decifrare da un essere umano di media intelligenza, e da lasciare segreta grazie ai media compiacenti che non hanno mai spiegato quali epocali mutamenti esso comporti.
Ad averlo fatto proprio sono stati per primi gli europeisti dell’ultim’ora, ovvero gli stati ex comunisti dell’Est (Ungheria, Romania, Bulgaria, Slovenia, Slovacchia, Lettonia, Lituania), ma anche Austria, Danimarca, Malta e Portogallo. Tuttavia, Cechia a parte, l’incognita a cui si aggrappano coloro che hanno a cuore l’autodeterminazione dal basso è rappresentata dalla Gran Bretagna, che pare avviarsi al cambio della guardia a Downing Street fra l’attuale premier, il laburista Gordon Brown, e il conservatore Davide Cameron, i cui sostenitori vorrebbero addirittura l’uscita dal sistema europeo.

Potere assoluto

Ma entriamo nel dettaglio. Il Trattato non è un corpo unico e lineare, ma una monumentale serie di cambiamenti ai due trattati fondamentali dell’Unione: il Trattato dell’Unione Europea (TEU) e il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU), ai quali viene aggiunto il Trattato di Nizza del 2003. Sancisce il principio secondo il quale le leggi emanate dallo Stato unico europeo saranno superiori alle leggi nazionali (dichiarazione 17 e 27). I parlamenti dovranno sottostare alla fondamentale regola di fare gli interessi dell’Europa prima di quelli dei propri rappresentati (Art. 8c, TEU). Il potere di veto dei singoli Stati decadrà su 68 nuovi settori di competenza sovranazionale. Uno di questi sarà il controllo delle frontiere, sulle quali l’Unione deciderà a maggioranza i flussi d’entrata e d’uscita. Nel Consiglio Europeo, luogo istituzionale della presidenza, i membri di ciascun paese dovranno rappresentare l’Unione presso i paesi d’appartenenza, e non il contrario come è stato fino ad ora. La Commissione, sorta di esecutivo, vedrà aumentare i propri poteri in quasi tutti gli aspetti della vita dei cittadini, acquisendo quello, mostruosamente antidemocratico, di legiferare per decreto. I commissari suoi componenti, infatti, “proporranno” le leggi. A votarle sarà il Consiglio dei Ministri. Entrambi gli organi non sono elettivi, ma nominati dai governi. Il Consiglio, inoltre, potrà discutere solo il 15% delle proposte della Commissione, su tutto il resto non potrà fare altro che passivamente vidimare.
Quest’ultima non avrà più un commissario per ciascun paese membro, ma ad ogni mandato vi parteciperanno a turno solo due terzi dei paesi, «per cui potrà accadere che una legge sovranazionale e vincolante cancellerà di fatto una legge italiana senza che neppure un italiano l’abbia discussa o pensata»4. Il Parlamento sarà esautorato: non avrà diritto né di proposta né di adozione o respingimento autonomo ma solo di co-decisione (proprio così!) assieme al Consiglio dei Ministri, e, tanto per dirne una, non potrà votare neppure sulle tasse, fulcro storico della legittimità popolare di uno Stato. Esempio: se i parlamentari volessero bocciare una legge presentata dalla Commissione, dovranno o strappare il 55% dei voti nel Consiglio dei Ministri, o arrivare alla maggioranza assoluta nelle proprie file. Il che, come si sa, è alquanto faticoso visto che comprensibilmente le divisioni europee, a dispetto dei gruppi “popolari”, “socialisti” e “liberali”, rimangono sul crinale degli interessi nazionali, non ideologici.


Stato di polizia

Andiamo avanti. In politica internazionale il Superstato si comporterà in tutto e per tutto come gli Usa si comportano rispetto ai propri stati federati: firmerà accordi vincolanti per tutti i suoi membri anche se ce ne fosse qualcuno contrario, dichiarerà guerra anche senza il consenso dell’Onu lasciando ai singoli stati una misera «astensione costruttiva» (ovvero la non belligeranza, vietato sfilarsi dal patto d’acciaio continentale) e il Presidente dell’Unione fungerà da ministro degli esteri, al quale gli omologhi nazionali dovranno cedere il passo nei rapporti con Washington, Pechino o Mosca. In politica interna, è rafforzato il nucleo d’origine dell’Unione, cioè il mercato unico basato sulla «libera concorrenza senza distorsioni» (Protocollo 6). Senza distorsioni significa, per esempio, che uno Stato non potrà più favorire un certo settore della propria economia se in difficoltà. Misure di impulso statale sul modello neo-keynesiano saranno sanzionate. Su tutto, la Banca Centrale Europea situata a Francoforte sarà, nei fatti, legibus soluta: sarà rafforzato il suo ruolo di padrona incontrastata della politica monetaria, senza render conto a niente e a nessuno delle sue decisioni. Non c’è traccia di un indirizzo preciso sul sociale e sul fisco, nessuna parola su come finanziare il magro Capitolo Sociale. In materia giudiziaria punto di riferimento sarà la Corte di Giustizia Europa ospitata in Lussemburgo. Ciò che essa deciderà sarà più forte di qualsiasi norma di uno Stato (Art. 344). Il che vuol dire che potrà annullare leggi o sentenze regolarmente assunte entro i confini di una nazione scardinandone completamente l’autonomia. Anche i suoi giudici vengono nominati dai governi, e quindi avranno cucita addosso l’impronta politica di chi li ha scelti. Infine, la questione per eccellenza: la cittadinanza. Nell’Europa di Lisbona saremo italiani, tedeschi o francesi, ma «in aggiunta» anche cittadini del Superstato (Art. 17b.1 TEC/TFU). Prima, essere europei era considerato un «corredo» all’essere cittadini del proprio Paese. D’ora in poi avremo una doppia nazionalità, con due cittadinanze. Ma non paritarie: se diritti e doveri stabiliti, poniamo, in Italia dovessero entrare in conflitto con quelli dell’Europa, saranno questi ultimi a prevalere. Per capire la gravità della cosa, basterà dire che fra le pagine del Trattato, insinuata nella Dichiarazione riguardante le Spiegazioni della Carta dei Diritti Fondamentali, è ammessa la pena di morte «per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un'insurrezione». Chiaro il concetto? Siamo alla giustificazione della repressione poliziesca.


Speranza tedesca

Fortunatamente c’è un giudice a Berlino, anzi a Karlsruhe. Un barlume di speranza contro la tirannia eurocratica arriva proprio dalla Germania, cuore e motore dell’Unione. Il 30 giugno di quest’anno la Corte Costituzionale tedesca ha fatto rilievi molto pesanti all’esproprio di sovranità prospettato dal Trattato di Lisbona. Primo: le istituzioni europee hanno poteri solo in quanto delegate ad esercitarli su determinate aree di competenza dagli Stati. Secondo: il sommo tribunale avoca a sé, in quanto suprema corte tedesca, l’ultima parola su eventuali travalicazioni europee di leggi tedesche. Viene opposto così un deciso altolà alla Corte Europea. Terzo: la consulta di Karlsruhe invita gli Stati a tenersi stretti i campi d’azione e deliberazione più importanti, e insiste perché i parlamenti nazionali vengano coinvolti in tutti i casi in cui i singoli Stati perdano il potere di veto. Quarto: se i governi non troveranno spazio per una significativa democrazia nazionale nell’ambito dell’Unione, il Trattato diverrà incostituzionale, perché la Corte non riconosce che il Parlamento di Strasburgo, così come configurato nel Trattato, infondi una piena legittimità democratica alle leggi dell’Unione. Quinto: la cittadinanza “aggiuntiva” deve rimanere supplementare a quella nazionale, e non superiore ad essa. Perciò, per salvaguardare la sovranità della Repubblica Federale, la Corte ha proibito al Presidente tedesco di firmare il Trattato fino a quando il parlamento di Berlino non avrà legiferato in merito al proprio incoercibile diritto a dire la propria su tutto quanto viene deliberato nei palazzi di Eurolandia. Si chiede il danese Jens-Peter Bonde, ex deputato europeo: «Se… la ratifica del Trattato di Lisbona da parte della Germania viene giudicata illegale e in contraddizione con i principi democratici di base, lo stesso principio non dovrebbe trovare applicazione in tutti gli altri Stati membri che si fregiano della qualifica di democrazie?»5.
Un’Europa che voglia dirsi dei cittadini e non di banchieri, multinazionali, dei loro burocrati e dei loro burattini politici dovrebbe fare come suggerisce un blogger sul sito OpenEurope: «Volete fare come gli Stati Uniti d'America? La loro Costituzione era comprensibile a tutti. Fate allora di dieci pagine massimo, questo trattato. Poi fatelo votare agli elettori nazionali. Solo così, con una Costituzione che contenga le disposizioni essenziali si potrà creare un'entità capace di sopravvivere alla prossima crisi, e soprattutto otterrà il benestare dei cittadini. Tutti i governi si reggono sul consenso, tacito o esplicito, dei governati. E rinunciare a tale consenso nella creazione dell'Unione Europea vuol dire andare in cerca di grane»6.
Postilla finale: tale anonimo blogger non si è accorto che non tutti, bensì nessun governo europeo è in realtà retto sul consenso dei governati. E questo perché le democrazie rappresentative nazionali sono già di loro delle tirannidi mascherate. Tanto è vero che la nostra, per aver accettato entusiasticamente il monstrum di Lisbona, ha già violato come minimo due articoli fondamentali della Costituzione su cui si regge: l’1, secondo cui “la sovranità appartiene al popolo”, e l’11, che condanna la guerra come “strumento di offesa” e consente “limitazioni di sovranità”, ma solo se necessarie per “la pace e la giustizia fra le Nazioni”. Non per decretarne l’abolizione nel silenzio-stampa generale.






Note:
1) «Un lungo applauso bipartisan ha accompagnato il sì della Camera che, come il Senato, ha approvato all'unanimità il Trattato», La Repubblica, 31 luglio 2008


2)LINK"http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cmsUpload/cg00014.it07.pdf"

3) «Fu deciso che il documento fosse illeggibile… Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum, perché avrebbe significato che c’era qualcosa di nuovo», Giuliano Amato, discorso tenuto al Centro per la Riforma Europea di Londra, 27 luglio 2007, HYPERLINK "http://www.euobserver.com" www.euobserver.com


4) Paolo Barnard, “Il Trattato di Lisbona. Altro che Cavaliere.”, 25 settembre 2009, HYPERLINK "http://www.paolobarnard.info" http://www.paolobarnard.info


5) Jens-Peter Bonde “La sentenza della Corte costituzionale tedesca chiama tutti ad agire contro il deficit di democrazia dell'UE”, 24 luglio 2009 HYPERLINK "http://www.euobserver.com" www.euobserver.com


6) Cit. in Luca Galassi, “Europa, il Trattato dei burocrati”, 5 ottobre 2009, HYPERLINK "http://it.peacereporter.net" http://it.peacereporter.net

domenica 18 ottobre 2009

On 15:17 by Sa Defenza TM   No comments

Francesco Bertolini

ilribelle.com

Ecco pronta la nuova grande illusione per chi è abituato ad abboccare all’amo. L’economia “verde” altro non è che la vecchia economia con vicino un aggettivo. Con buona pace di speculatori e parco buoi.


Ulisse, per salvarsi dalle sirene ordinò ai suoi uomini di tapparsi le orecchie con la cera; lui stesso si fece legare a un albero della nave, vietando ai compagni di slegarlo, qualunque supplica avesse loro rivolto.

Le Sirene sono una personificazione dei pericoli del mare. Secondo la leggenda, con il fascino della loro musica attiravano i marinai che passavano nelle vicinanze; le navi si avvicinavano allora pericolosamente alla costa rocciosa e si fracassavano, e le Sirene divoravano gli imprudenti.

Non ci sono più le Sirene nell’immaginario collettivo; il loro canto armonioso è stato rimosso e sostituito dal progresso tecnico, unica conseguenza della centralità razionale del nostro tempo, con la conseguente aridità di pensiero che la accompagna.

Dopo lo spavento di un armageddon finanziario, mai stato così vicino, la crisi rallenta e l’economia si sta riprendendo; brindiamo, è stato solo un brutto incubo.

Si può ripartire; mentre il G8 indica al 2050 un obiettivo di riduzione delle emissioni di anidride carbonica pari all’80% rispetto al livello di emissioni del 1990, il governo italiano annuncia il rilancio del nucleare e il piano casa, mentre per interessi nazionali concede permessi di trivellazione negli ultimi lembi di territorio protetto e posiziona l’Italia in coda nel mondo per quanto concerne la tutela ambientale.

Ma a qualcuno interessa realmente tutto ciò? I grandi organi di informazione sono controllati dai grandi gruppi economici, in un sistema fondato sul debito, un sistema quindi che non ha nessuna intenzione di modificare alla radice le cause del possibile disastro che ci ha sfiorato; per questa ragione l’informazione, nel suo insieme, ci propina la ripresa economica come un bene, come un rimettere le cose in ordine, magari in un armadio realizzato con legno riciclato, a testimonianza che l’ambiente è una reale preoccupazione e un impegno da prendere per le generazioni future.

Sicuramente i grandi del mondo, definendo obiettivi al 2050, si preoccupano del futuro, forse un po’ troppo lontano, visto che ogni qualvolta si siano definiti obiettivi così ambiziosi da parte di organi transnazionali non si è fatto altro che una pessima figura, basti pensare alla banca mondiale che si è posta l’obiettivo di dimezzare la povertà nel mondo al 2015 o gli obiettivi del millennio delle Nazioni Unite.

Tutti obiettivi irraggiungibili,

e sempre spostati nel tempo,

per posticipare all’infinito il momento di fare i conti con la realtà. Che però ci raggiunge alle spalle. Inesorabilmente.

Sono obiettivi irraggiungibili, in quanto non ci sono risorse sufficienti per garantire un aumento del livello di consumi per l’80% degli abitanti del pianeta, non ci sono nemmeno se l’economia si tingerà di verde.

Ma proprio l’innovazione tecnologica in chiave ambientale è presentata come la chiave per coniugare il rilancio dell’economia e la tutela dell’ambiente: una sostanziale e colossale barzelletta. Stiamo condannando a morte il pianeta, ma l’esecuzione sarà con una iniezione letale, non con la crudele e inquietante sedia elettrica, poco etica e con scarsa efficienza energetica.

A volte si pensa di caratterizzare il progresso tecnico, per renderlo più attraente; si è assistito così a fasi focalizzate dalla rivoluzione industriale piuttosto che dalla rivoluzione informatica. Oggi si preannuncia la rivoluzione verde. Strano che fino a poco tempo fa investire in tecnologie ambientali non fosse così conveniente; la bacchetta magica del cambio di amministrazione americana ha trasformato il mondo e il sistema industriale in chiave ambientalista.

Come spesso succede, le bolle economiche nascono proprio in questo modo; si lancia sul mercato una grande illusione, su cui si riversano investimenti e aspettative che si autoalimentano a vicenda fino all’esplosione della bolla stessa; è capitato così dai tempi dei tulipani olandesi, fino a internet e al settore immobiliare negli Stati Uniti.

Sarà forse perché si crede sempre meno alle illusioni che ogni giorno 5 milioni di italiani fanno uso di psicofarmaci; l’Italia risulta essere, secondo l’International narcotis control board delle Nazioni Unite, il sesto paese al mondo per quanto concerne il consumo per abitanti di sedativi e il trend continua a crescere, così come in tutto il mondo cosiddetto sviluppato; si cerca la scorciatoia della felicità, e ogni volta che l’uomo si muove alla ricerca della felicità finisce per perderne anche quel poco che ha, come colui che, intrappolato nelle sabbie mobili, si dibatte disperatamente e questo suo agitarsi è la causa del suo lento e continuo sprofondare.

Tutto a posto: ora c’è l’economia verde. E se non credete a questa ennesima bolla niente paura: basta prendere un sedativo e uno psicofarmaco, e la felicità sarà a un passo...

È l’ultimo tentativo di uscire dalle sabbie mobili sembra essere l’economia verde, un aggettivo aggiunto che non modifica la questione di fondo.

È anche vero che negli ultimi anni si assiste a una crescita di consumi e stili di vita che vedono in un ritorno alla natura l’unica possibile via di uscita, ma le forze in campo sono purtroppo impari, come ormai accade spesso nelle guerre moderne, dove chi non si adegua al modello globale combatte con i sassi contro aerei telecomandati a distanza.

È proprio così; la cultura ambientalista nel nostro paese mi ricorda i bambini palestinesi che usano la fionda contro i carri armati israeliani, che, pressati dalla comunità internazionale politically correct sanno di non poterli eliminare, ma di dover trovare una soluzione condivisa, intorno a un tavolo. È lo stesso percorso della rivoluzione sostenibile; si subisce senza sussulti l’avvio dei lavori della Brescia-Bergamo-Milano, ennesima colata di cemento per una autostrada che non farà altro che accelerare il degrado di quel territorio.

È paradossale integrare l’aggettivo ambiente in un sistema che con l’ambiente non ha niente a che fare; è utopia contrastare questo sviluppo, ma forse la complicità è molto peggio. Ulisse aveva fatto tappare le orecchie ai suoi uomini per non fargli ascoltare il canto delle sirene; oggi evitare l’informazione, pervasiva, invadente e virale, è purtroppo molto più complicato.


francesco.bertolini@unibocconi.it

giovedì 10 settembre 2009

On 09:46 by Sa Defenza TM   No comments

Alessio Mannino

ilribelle.com

Il presupposto di una stampa libera è che gli

editori facciano solo gli editori. Esattamente

il contrario di quello che avviene qui in Italia.

Benché di recente il governo Berlusconi abbia inferto un colpo alla trasparenza proprietaria delle aziende con una leggina1 che estende le società “fiduciarie”, cioè senza obbligo di dichiarare chi sono i possessori di azioni o obbligazioni, anche al settore dell’editoria, è ancora possibile sapere chi sono i padroni dell’informazione in Italia. I padroni veri, in senso letterale. Basta una ricerca sul sito web della Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) e voilà l’azionariato, le partecipazioni rilevanti e persino i patti parasociali dei colossi che influenzano l’opinione pubblica del Paese. Esclusi perché marginali o azzoppati gli attori minori2, a controllare ciò che gli italiani devono o non devono sapere sono infatti sette grandi gruppi: Rcs Mediagroup, Mediaset-Mondadori, Gruppo L’Espresso, Gruppo Il Sole 24 Ore, Gruppo Riffeser, Gruppo Caltagirone, Telecom Italia Media. Le Sette Sorelle della (dis)informazione.

«La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire», diceva George Orwell, che di Grandi Fratelli, essendone stato il coniatore e preveggente, se ne intendeva. La gente è imbevuta ogni giorno di notizie ma ignora completamente, o quasi, a quali poteri economici e finanziari rispondono coloro che le fabbricano. Gli interessi degli editori italiani non sono “puri”, cioè concentrati esclusivamente nell’ambito editoriale (come in Germania, ad esempio), ma si estendono ai campi più disparati. Questo dato basilare, che spiega perchè vengono resi noti certi fatti e altri no e rende possibile la loro decodificazione, viene scientificamente fatto rimanere nell’ombra. La notizia delle notizie è una non-notizia. Per questo noi ve ne diamo conto qui, in un excursus sommario ma che dà un’idea, ci auguriamo, sufficientemente chiara della cupola che manovra dall’alto il giornalismo tricolore.

Rcs

Rcs ha la proprietà del Corriere della Sera, tradizionalmente considerato il più importante giornale italiano. La holding è molto ramificata e spazia dall’editoria libraria (Rizzoli) ai quotidiani (oltre al già citato Corsera, la Gazzetta dello Sport e il free press City), ai periodici (gli allegati al Corriere come Magazine, Io Donna, Style, e poi Il Mondo, Anna, Amica, Novella 2000, Max, Sportweek, Astra, Brava casa, Casamica), alle radio (Play Radio, Agr Radio, Crn Radio, Rin Digital Radio). In Spagna fanno capo a Rcs le testate El Mundo, Expansion (economia) e Marca (sport). Il capitale sociale è in mano ad un ferreo patto di sindacato che detiene il 60% delle azioni, composto dai più grossi nomi della finanza e dell’industria italiana (il cosiddetto “salotto buono”): Mediobanca (banca d’affari), Fiat (auto), Gruppo Pesenti (cemento), Gruppo Ligresti (costruzioni), Diego Della Valle (abbigliamento), Pirelli (telecomunicazioni), Banca Intesa, Generali (assicurazioni), Capitalia, Sinpar (acciaio), Merloni Invest (finanziaria), Mittel (finanziaria), Eridano (finanziaria), Edison (energia), Gemina (finanziaria), Benetton (abbigliamento, autostrade, autogrill, telecomunicazioni), il costruttore romano Toti. Gli intrecci fra loro costituiscono un groviglio di potere in cui è ravvisabile tutto lo sfacciato imperversare dei conflitti d’interesse all’italiana. Qualche esempio. Mediobanca è partecipata da Mediolanum e dal Gruppo Fininvest, che ha fatto insediare nel board Marina Berlusconi, primogenita del premier Silvio, patron di Mediaset. Intesa partecipa alla Generali, in cui c’è anche Unicredit (e le stesse Capitalia e Mediobanca). Il Gruppo Fiat lo ritroviamo padrone unico dell’altro storico quotidiano nazionale, La Stampa. Del Gruppo Telecom, azionista del patto, è Telecom Italia Media, a sua volta una delle Sette Sorelle. Infine, Rcs ha una quota del 7,5% nella Poligrafici Editoriale, società che fa capo ad un altro gigante “rivale”, il Gruppo Riffeser.

Mediaset-Mondadori

Mediaset è l’impero mediatico del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. I suoi tre canali analogici, Canale 5 Italia Uno e Retequattro, formano l’altra metà del cielo televisivo italiano. Le tre emittenti pubbliche della Rai sono comunque sottoposte ai desiderata del Cavaliere, in quanto capo del governo: difatti la scelta dei direttori di rete e dei tiggì passa per Palazzo Chigi e per le alchimie interne alla maggioranza del momento, con le conventicole di viale Mazzini col cappello in mano a reclamare poltrone. Quello berlusconiano è il primo gruppo privato in Italia e uno dei maggiori in Europa (in Spagna detiene il 20% dello share). La concessionaria di pubblicità, Publitalia, ha il primato della raccolta pubblicitaria, ed ha fornito i primi quadri di Forza Italia negli anni ’90. Attraverso la casa madre Fininvest, la famiglia Berlusconi possiede anche la Mondadori, principale editrice di libri del Paese, ed è presente in Mediobanca e Capitalia (e quindi in Rcs). Della galassia Mondadori fanno parte Einaudi, Sperling & Kupfer, Electa, Random House Mondadori. Periodici e radio: Panorama, Tv Sorrisi e canzoni, Chi, Donna moderna, Grazia, Auto oggi, Cambio, Casa viva, Confidenze, Economy, Flair, Focus, Guida Tv, Men’s Health, Prometeo, Starbene, Sale & Pepe, Cosmopolitan, Cucina moderna, Nuovi argomenti, Ciak, Radio 101.

Come si vede, la presa sulla costruzione dell’immaginario collettivo, che passa anche se non soprattutto dai media di intrattenimento, vede una presenza preponderante del politico-editore Berlusconi. Il fratello del premier, Paolo, è il titolare del quotidiano Il Giornale. L’abnorme conflitto d’interessi che investe il nostro premier, unico al mondo (i suoi affari si allargano alla finanza, al business immobiliare, al cinema, al calcio), è diventato una barzelletta: mai risolto, anzi rivendicato sulla base del fatto che gli elettori lo votano comunque, è il cavallo di battaglia di un centrosinistra che non ha mai mosso un dito, neanche quand’era al potere, per porvi la parola fine.

Espresso

Rivale diretto dell’universo Mediaset è il Gruppo Espresso, il cui padrone è l’ingegner Carlo De Benedetti (il cui figlio Marco è il rappresentante italiano del fondo Carlyle, potente private equity americano nei settori delle armi, delle telecomunicazioni e dell’energia). Le testate controllate annoverano al primo posto il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e dal defunto Carlo Caracciolo, La Repubblica (con relativi allegati: Il Venerdì, D La repubblica delle donne, Salute, Trova Roma, Trova Milano, Metropoli, XL, Velvet, Affari&Finanza), e il settimanale L’Espresso. Inoltre: Micromega, Limes, National Geographic Italia, Le Scienze, Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Messaggero veneto, Il Piccolo, Gazzetta di Mantova, Il Mattino di Padova, La Provincia Pavese, Il Centro, La Tribunadi Treviso, Gazzetta di Reggio, La Nuova Ferrara, Nuova Gazzetta di Modena, La Nuova Venezia, La Città. Oltre a De Benedetti, altri soci rilevanti nell’azionariato sono le Generali (anche in Rcs), la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste e la “zarina” Giulia Maria Crespi (protagonista del turbolento periodo anni ’70 del Corriere, oggi a capo del Fondo per l’Ambiente Italiano). Importanti sul mercato le controllate Radio Deejay e Radio Capital, la televisione All Music e la concessionaria di pubblicità A. Manzoni. Repubblica.it e Kataweb sono fra i siti internet più visitati.

Sole 24 Ore

Il Sole 24 Ore è il primo quotidiano economico italiano, ed è proprietà della Confindustria, nella quale ritroviamo, in qualità di imprenditori, molti dei nomi che popolano i vertici delle Sette Sorelle. Il Gruppo Sole 24 Ore ha anche un’agenzia di stampa, Radiocor, e un braccio radiofonico, Radio 24, quanto a informazione secondo solo alla radiofonia Rai. La Confindustria è tradizionalmente filo-governativa, posizionandosi a seconda di dove tira il vento: con Luca Cordero di Montezemolo vicino a Prodi, con l’attuale presidentessa Emma Marcegaglia vicino a Berlusconi.

Riffeser

La famiglia Riffeser, con Maria Luisa Riffeser Monti (57%) e l’amministratore delegato Andrea Riffeser (7%), ha in mano il gruppo a cui fanno riferimento il Quotidiano Nazionale, Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e la concessionaria pubblicitaria Spe. è da tener presente, però, che i quotidiani sono sotto il controllo della Poligrafici Editoriale, a sua volta controllata al 60% da Maria Luisa (assieme, con una quota minoritaria, a Rcs). Presente anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste (quasi il 3%), che abbiamo già registrato fra gli azionisti del Gruppo Espresso.

Caltagirone

Caltagirone Editore è l’espressione del gruppo del costruttore (Cementir, Vianini) e finanziere romano Francesco Gaetano Caltagirone (lo troviamo azionista del Monte dei Paschi di Siena e consigliere di Generali). è suocero di Pierferdinando Casini, segretario dell’Udc, e ha amicizie trasversali (in particolare con gli ultimi sindaci romani, Rutelli e Veltroni). Fanno parte del gruppo il Messaggero, il Mattino, il Gazzettino, il Corriere Adriatico e il Nuovo quotidiano di Puglia, il leader della free press Leggo e il portale Caltanet, le concessionarie Piemme ed Area Nord Spa e l’emittente regionale Telefriuli.

Telecom

La rete televisiva La 7 e l’agenzia di stampa Apcom sono i fiori all’occhiello di Telecom Italia Media, società della multinazionale di comunicazione Telecom guidato da Franco Bernabè (e nel cui cda troviamo Tarek Ben Ammar, finanziere tunisino amico di Berlusconi, gli economisti Jean Paul Fitoussi e Luigi Zingales, l’ex presidente Fs Elio Catania, l’avvocato Berardino Libonati ex Eni ed ex Alitalia e nel cda di Mediobanca, Pirelli e Nomisma). La catena di azionisti è folta: il primo, col 24%, è la cordata italo-spagnola Telco Spa (Mediobanca, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo, Sintonia-Benetton e Telefónica S.A.), poi ci sono la Findim Group Sa, finanziaria lussemburghese della famiglia Fossati, ed una miriade di investitori esteri (Brandes Investment Partners Lcc, BNP Paribas SA, Alliance Bernstein LP) e italiani.

Statalismo

La principale agenzia di stampa, l’Ansa, è di proprietà di quasi tutti i principali quotidiani, mentre l’Adnkronos è della Giuseppe Marra Communications. L’Agi è dell’Eni, compagnia energetica di Stato. A proposito di Stato: dalle casse pubbliche piovono ogni anno generose sovvenzioni all’intero sistema delle agenzie, base informativa di tutti i giornali, radiogiornali e telegiornali, e i contributi pubblici all’editoria ammontano complessivamente ad un miliardo di euro annui. Vediamo come. Per la sola carta stampata, dalle nostre tasche arrivano 600 milioni3 (fra contributi diretti, credito d’imposta per la carta, agevolazioni postali, credito agevolato per gli investimenti, credito d’imposta per investimenti, fondo mobilità e rimborsi per teletrasmissione). Altri 180 milioni tramite provvidenze per radio e tivù locali e aiuti del Ministero delle Telecomunicazioni. Con le agenzie e con la Rai ci sono convenzioni equivalenti a 120 milioni, senza contare quelle stipulate dai vari ministeri, enti e regioni. Infine, 10 milioni per le dirette parlamentari di Radio Radicale. è il magna-magna denunciato da Beppe Grillo col suo secondo V-Day sull’informazione. Un’abbuffata, è bene sottolinearlo, a cui partecipano non soltanto i fogli di partito, gli organi dei movimenti, le più o meno finte cooperative editoriali, le testate della Chiesa Cattolica, i giornali italiani diffusi all’estero, ma soprattutto gli stessi giganti che si spartiscono la torta pubblicitaria. E che magari predicano le virtù salvifiche del libero mercato e montano campagne moralizzatrici contro la Casta arraffona4. Il Sole 24 Ore si becca quasi 20 milioni di euro. Idem al Gruppo Espresso. Rcs si accaparra 23 milioni di euro. La Stampa 7 milioni. Il Gruppo Riffeser più di 3 milioni. L’Avvenire, voce della Conferenza Episcopale Italiana, oltre 10 milioni. Libero, Il Foglio e Il Riformista, tutti e tre in trincea contro l’assistenzialismo e gli sprechi della politica, insieme portano a casa 11 milioni di euro circa.

Primus inter pares

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Autorità per le Comunicazioni, la carta stampata non arriva a racimolare il 30% della pubblicità, mentre la televisione supera il 55% (con Mediaset che resta a far la parte del leone, e Sky della News Corp di Rupert Murdoch ferma ad un misero 6%, pur avendo superato quest’anno i ricavi pubblicitari di Mediaset)5. Rai e Mediaset, dominate da un sol uomo, stanno allestendo con La 7 una piattaforma satellitare comune, in modo da sottrarsi al monopolio di Murdoch in questa tecnologia. Così facendo, tuttavia, la Rai perderebbe di colpo 60 milioni di entrate pubblicitarie a tutto vantaggio dell’alleata-aguzzina Mediaset. Nel frattempo tutti i grandi agglomerati editoriali, per fronteggiare la riduzione di introiti dovuti alla crisi economica (meno 25% rispetto all’anno scorso), stanno tagliando personale e programmi d’investimento. E chi ne approfitta, come al solito, è soltanto il mostro Raiset, con la La 7 e le televisioncine locali a raccogliere le briciole che avanzano.

Gli italiani leggono poco, preferiscono guardare la televisione. Questa è il regno pressocchè incontrastato di Silvio Berlusconi, che è anche a capo del governo. Il caso di Europa 7, in questo senso, è emblematico: la tv generalista di Francesco Di Stefano, bloccata per anni per comune accordo bipartisan in aperta violazione della legge che gli conferiva di diritto l’accesso alle frequenze di Retequattro, ha dovuto subire l’ennesima beffa di vedersene assegnate in quantità tale da non coprire l’intero territorio nazionale, restando ancora una volta fuori mercato. Ciliegina finale, il socio occulto dell’intero sistema, la pubblicità, vede in posizione predominante sempre Lui. Che assieme all’affollata brigata di protagonisti col sedere ubiquo in quel consiglio d’amministrazione e in quell’altra società a sua volta incastrata nella concorrente e così via, rappresenta, primus inter pares col suo famoso sorriso a 24 denti, lo sfregio più sfacciato a ciò che viene ipocritamente chiamata “informazione”. Sarebbe meglio ribattezzarla manipolazione. Col fondamentale corollario dell’occultamento dei suoi mandanti e beneficiari.


venerdì 22 maggio 2009

On 08:16 by Sa Defenza TM   No comments
“Custa fémina est s’isposa destinada a s’ómine chi at a pesare arta sa bandera, pro dare lughe a custa terra. Issa est sa mere de sa bandera!”
Jàime circat de atrai s’atentzioni de is àterus, chi a pagu a pagu si fúrriant po ddu ascurtai.
“Lenaldu Arce, chi est inoghe cun megus, tenet in sas venas sàmbene balente de s’ereu de sos Arborea. Totus isetant unu capu. Totus in Sardigna isetant a Barisone. E deo bos naro chi Barisone est inoghe. Barisone est cust’ómine!”
Su pispisu chi est nàsciu a cussus fueddus, si achietat a pagu a pagu, candu Addia benit ainnantis, arrimendi su palini in terra cun d-unu suspiru.
“Bosàterus abetais a Barisone... sempri in custa terra eus abetau istràngius po tenni agiudu a nci bogai àterus istràngius, duncas custu bisu de Barisoni – su giugi antigu – est bellu, ammajadori...”
Si fúrriat, afrontendi sa truma de óminis: “Ma no ddu cumprendeis chi no serbit a nudda abetai de calincun’àteru cussu chi donniunu de bosàterus podit fai? Ita si abetais de una bandera? Ita si abetais de un’ómini? Chi no si furriais a essi donniunu bandera de custa terra; chi no reconnosceis chi Barisone est aintru de donniunu de bosàterus, est totu debbadas! E custa at abarrai una terra de iscravus. Is ciaciarras no serbint: serbint óminis. Óminis...”
“Ómines, as nadu bene. No féminas limbudas...” si fichit Jàime, de malas maneras.
Addia nimancu ddu càstiat. Pigat súlidu e pispisat, cun boxi chi totus intendint: “Predi, no t’iscaréscias chi in custa domu deu seu sa meri.”

ADDIA ( Paola Alcioni - Antonimaria Pala, ediz. CONDAGHES), pag. 154-155

martedì 28 aprile 2009

On 16:17 by Sa Defenza TM   No comments
Tina Giudice Marras

Si s'origra paras a su entu
in mesu de chercos seculares
in percas, in costeras, in nuraghes,
in pinna de sos montes de Sardigna
da-e monte Rasu a Limbara
Gonare e Gennargentu,
intendes prantu, suspiru e lamentu
de animas kenza pasu, in turmentu,
ch'invocan zustissia e consolu.
(Tina Giudice Marras)
a trumas sun andende
che masones de lupos urulende
in sa terra prinza 'e terrore.
in sas intragnas zughet ranchidore,
in sos trainos sambene no abba.
in donzi matta unu dolore,
in donz'ispina unu lamentu acutu.
Lezes barbaras pro custa terra in luttu
da-e barbaros sempre cumandada:
a sedda e a isprone est domada, e si podian
nd' isperdian sa razza!
La jughen sempre istrazz'istrazza
piratas, galiottos, mercenarios,
prantan banderas populos varios
furisteris de cada zenia, messan fruttos de tancas,
binzas e livarios,
Semenan sale, fogu e tribullia.

domenica 19 aprile 2009

On 15:22 by Sa Defenza TM   No comments
dae Massimo Fini

Lévi-Strauss ha compiuto cent'anni. Per questo, e oserei dire solo per questo, dopo decenni di oblio, si è tornati a parlare di lui. Claude Lévi Strauss, singolare figura di filosofo, antropologo, strutturalista, linguista, ha infatti la grave colpa, che condivide con un altro grande pensatore contemporaneo, anch'esso oscurato, Karl Polanyi, interessato particolarmente al versante economico, a una società che non sia, da questo punto di vista, né marxista né liberista, di non poter essere catalogato né di destra né di sinistra. Colpa che neanche i suoi cent'anni hanno potuto lavare se è vero che in questi mesi di celebrazioni tutto si è detto di lui tranne che fermarsi sulla parte più eterodossa e attuale del suo pensiero: il relativismo culturale.

Il relativismo senza aggettivi, filosofico, ha una lunga tradizione che va da Montaigne a Voltaire a Nietzsche all'empirio-criticismo di Mach e Avenarius per arrivare fino alle ultime conclusioni della fisica moderna. Il primo a trasferire questa concezione in campo sociale, politico ed etico è stato Oswald Spengler affermano che tutti principi morali e religiosi e tutti i valori hanno un significato solo nell'ambito e per la durata della civiltà che li ha elaborati e praticati.

L'apporto originale di Lévi-Strauss sta nell'aver considerato ogni cultura come un sistema, con le sue compensazioni interne e i suoi contrappesi, un insieme di elementi logicamente coerenti strettamente collegati fra loro (come in una lingua), per cui una qualsiasi modificazione di uno di essi comporta una modificazione di tutti gli altri. Ne consegue che non si può cancellare o estrapolare dalle culture “altre” gli aspetti che non ci piacciono - che è l'arrogante pretesa che domina oggi in Occidente - senza modificare profondamente tutto il sistema e quasi sempre farne crollare l'impalcatura. E questo è esattamente il motivo per cui ogni intervento occidentale nelle società del cosiddetto Terzo Mondo e in quelle ancor più arcaiche e primitive le ha disgregate provocando sconquassi inenarrabili, creato ibridi incoerenti e mostruosi e alla fine ha, di fatto, distrutto quelle civiltà. Come è avvenuto per l'Islam se, sotto la pressione ideologica e armata dell'Occidente, il ruolo della donna musulmana fosse omologato a quello che ha da noi.

Ma Lévi-Strauss rifiuta anche quella particolare forma dello storicismo che è l'evoluzionismo secondo il quale le società partendo dal semplice (o dall'apparentemente semplice) e andando verso il più complesso, tenderebbero a un unico fine e a un unico modello al cui culmine c'è, naturalmente, il modello di sviluppo occidentale quale è oggi. È assurdo, dice Lévi-Strauss, fare di una società «uno stadio dello sviluppo di un'altra società». Si tratta semplicemente di società diverse, che partono da presupposti diversi, ognuna delle quali sviluppa soltanto alcune delle potenzialità, e non altre, presenti nella natura umana. Quelle tradizionali sono tendenzialmente statiche e privilegiano l'equilibrio e l'armonia a scapito dell'efficienza economica e tecnologica. Invece le società “calde”, come le chiama Lévi-Strauss, a cui la nostra appartiene, sono dinamiche e scelgono l'efficienza e lo sviluppo economico a danno dell'equilibrio dato che «producono entropia, disordine, conflitti sociali e lotte politiche, tutte cose contro le quali i “primitivi” si premuniscono e forse in modo più cosciente e sistematico di quanto non supponiamo».

Ed è qui che il discorso di Lévi-Strauss si fa attualissimo e diventa per noi particolarmente interessante. Per due motivi, sostanzialmente. Perché, a due secoli e mezzo dalla Rivoluzione industriale, usiamo constatare quale disagio acutissimo abbia provocato nelle nostre vite, in termini di stress, di angoscia, di tenuta nervosa, di depressione, di anomia, il forsennato dinamismo, l'assurda velocità, del nostro modello di sviluppo, rompendo oltretutto i rapporti fra gli uomini e gli stessi nuclei costitutivi dell'essere umano, privandolo dei suoi istinti, della sua vitalità, della sua essenza. E questa è la ragione principale del nostro antimodernismo e della nostra battaglia.

Ma c'è una ragione, per così dire “esterna”, che è quasi altrettanto importante. Per Lévi-Strauss, e per noi, non esistono “culture superiori”. Esistono solo culture diverse, ognuna col suo proprio senso. Per questo difendiamo con forza il principio dell'autodeterminazione dei popoli contro la pretesa dell'Occidente della “reductio ad unum”, cioè a se stesso, dell'intero esistente, col pretesto di una superiorità culturale che non è che una variante del razzismo classico, di nazistica memoria, peggiore perché più subdolo, più ipocrita e più devastante perché non si accontenta di conquistare territori e popoli, vuole prendere le loro anime (uno degli slogan con cui l'Occidente tenta di legittimare la sua presenza armata in Afghanistan è che dobbiamo «conquistare i cuori e le menti» degli afgani). Ma il rispetto delle altre culture non ha, per noi, solo radici di principio. L'omologazione del mondo ad un unico modello sarebbe mortale, nel senso letterale del termine. Perché come dice la saggezza popolare che abbiamo perduto «il sale della vita sta nella diversità»

venerdì 3 aprile 2009

On 03:51 by Sa Defenza TM   No comments

dae Alberto Piccinini

Mark Ames, giornalista Usa, è l’autore di “Going Postal”, un libro forte e provocatorio che analizza puntigliosamente i massacri compiuti negli Usa sui luoghi di lavoro a partire dagli anni ‘80. Ames scopre in ogni storia concreta tutt’altro che l’inspiegabile follia, ma la logica di lavoratori “triturati” dalla trasformazione delle loro aziende nello stile della Reaganomics. Abbiamo chiesto a lui un commento sul massacro in Alabama, in occasione della pubblicazione italiana del suo libro, a fine mese, per le edizioni Isbn. ”E’ ancora presto per dire cosa è successo in Alabama, - ci ha detto - ma il motivo profondo va cercato nell’economia, dentro l’azienda dove quest’uomo si è suicidato.killers-caf4Io considero questa come un’altra battaglia di quella che è stata una vera e propria guerra di classe in America, durata trent’anni, fin da quando la Reganomics ha trasformato questo paese. Gli inquirenti, in Alabama, hanno ragione quando affermano che una parte dei motivi del massacro derivano dal fatto che il killer era un ‘impiegato scontento’, e sappiamo che la Reliable – l’azienda dove aveva lavorato – aveva iniziato un paio di settimane fa un programma di licenziamenti su larga scala. Questi licenziamenti hanno spaventato la comunità locale, che è già povera e disperata. Gli stati del sud come l’Alabama che sono quasi come mini-paesi del Terzo Mondo, dove le paghe sono basse, i sindacati non esistono o sono fortemente avversati, e dove enormi sgravi fiscali sono offerti alle aziende perchè si trasferiscano lì. In altre parole, dove i lavoratori sono sfruttati fino all’osso. Quel che è interessante a proposito di questo caso e sembra aprire un nuovo trend dentro il quadro di questa nuova Grande Depressione è il fatto che un uomo finanziariamente rovinato uccida la sua intera famiglia prima di togliersi la vita, come se non volesse che la sua famiglia debba affrontare non solo la vergogna, ma anche la generale devastazione economica.


La tua teoria a proposito dei massacri sul luogo di lavoro risale alla Reaganomics, e alla trasformazione delle relazioni umane e aziendali. Non credi che proprio questa crisi (ma anche l’avvento di Obama, e il nuovo clima culturale che porta con sé) cambino lo scenario?

Quando ho presentato il mio libro nelle librerie americane, qualche anno fa ormai, la domanda più comune che mi veniva posta era “quando finirà tutto questo?”. Non sapevo proprio cosa rispondere, a parte dire che probabilmente tutto sarebbe finito quando fosse accaduto un qualche tipo di evento apocalittico, come la Grande Depressione o una Guerra Mondiale. Con il collasso finanziario e con la nuova Depressione, sembra che il modello della Reaganomics stia vacillando, tanto da essere messo sotto accusa anche dallo stesso establishment politico e economico. In ogni caso, io resto scettico. I grandi interessi economici e i super-ricchi stanno combattendo come pazzi contro Obama, e di solito vincono loro. A differenza degli anni ‘30, inoltre, non c’è una forte contro-ideologia che possa rimpiazzare la Reaganomics. La sinistra negli Usa è troppo timida anche per usare la parola “socialismo”. Obama parla di “post-ideologia” e di “competenza”, ma per me è un’altra maniera di dire che l’ideologia corrente è ancora quella dominante.


Da quel che hai sentito in tv e sugli altri media, qual è lo stile nella reazione a questo massacro? Sta cambiando qualcosa?

Una cosa nuova c’è. Per la prima volta i media stanno cominciando a inserire questi massacri nel contesto dei licenziamenti, della cultura aziendale, dell’economia. Mi ricordo quando lo scorso novembre un ingegnere della Silicon Valley sparò al dirigente della sua azienda, e a due suoi colleghi, uccidendo il primo e ferendo gli altri due, tutti i titoli immediatemente sottolinearono il fatto che era stato licenziato e aveva perso un sacco di soldi. Ora che i media sono in uno stato di sofferenza anche economica, coi giornalisti che perdono il loro lavoro, è come se fosse più facile trovare una forma di identificazione con gli autori di questi massacri. Credo che un sacco di giornalisti licenziati abbiano sognato di uccidere i loro editori.


Un altra notizia, dalla Germania, ci parla di un massacro in una scuola. In Going Postal ti eri lungamente occupato di Columbine. In che senso i massacri a scuola sono legati a quelli che avvengono nei luoghi di lavoro?

Non conosco i particolari del massacro in quella scuola, ma sono sicuro che ci siano molte differenze. E’ chiaro che molti massacri che sono avvenuti nelle scuole europee sono stati ispirati proprio da Columbine, ed è esattamente quello che volevano gli autori di quel massacro. Nel loro videodiario avevano dichiarato esplicitamente: “Vogliamo iniziare una rivoluzione”. E così sono diventati “eroi” letteralmente per centinaia, migliaia e forse milioni di ragazzi sparsi nel mondo, molti dei quali appartenenti a famiglie della classe media. Ed è qualcosa alla quale sembra che nessuno voglia neppure pensare.

Potete trovare l’intero commento di Mark Ames sul sito:

http://exiledonline.com/alabama-shootings-just-another-bloody-battle-in-americas-thirty-years-class-war/

mercoledì 18 marzo 2009

On 15:08 by Sa Defenza TM   No comments


AUTORE: Scott RITTER

Tradotto da Manuela Vittorelli


"La scorsa settimana il Presidente Obama ha ricevuto una lezione di destrezza diplomatica quando la sua proposta segreta di rinunciare al posizionamento del controverso sistema di difesa antimissile in Europa Orientale in cambio dell'aiuto della Russia nel costringere l'Iran a rinunciare al suo programma nucleare è stata pubblicamente respinta. La lezione? Non si riceve niente per niente, soprattutto se quello che si vuole è già di per sé niente.

;">Se i membri dell'amministrazione Obama si prendessero la briga di andare un po' indietro con la memoria, ricorderebbero che una volta esisteva un documento chiamato trattato anti missili balistici, firmato nel 1972 dagli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica, nel quale si riconosceva che gli scudi di difesa antimissile erano intrinsecamente destabilizzanti, e come tali non dovevano essere impiegati. Il trattato ABM rappresentò l'accordo fondamentale per una serie di patti successivi che sancirono la limitazione delle armi strategiche e la riduzione degli armamenti. Il Presidente Obama aveva 10 anni quando fu firmato quel trattato. Ne aveva 40 quando nel dicembre del 2001 il Presidente George W. Bush decise di ritirarsi dal trattato ABM e mise in moto una serie di eventi che videro andare a rotoli la questione del controllo delle armi tra Stati Uniti e Russia. Il piano statunitense che prevede il posizionamento di uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca ha fatto sì che i russi esprimessero l'intenzione di affossare il trattato INF (il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, che eliminava due classi di missili balistici a testata nucleare che minacciavano l'Europa) e di posizionare missili SS-21 “Iskander” (caratterizzati da un grado estremo di accuratezza) nel raggio di azione del sito di intercettazione polacco.

Non è stata la Russia a creare la crisi del sistema di difesa antimissile. Sono stati gli Stati Uniti, che dunque non possono aspettarsi di ricevere un credito diplomatico immediato quando mettono questo controverso programma sul tavolo della politica estera come se fosse una legittima merce di scambio nelle contrattazioni.

La Russia ha sempre, giustamente, affermato che qualsiasi sistema di difesa posizionato in Europa Orientale poteva solo essere diretto contro la Russia. Mentre le amministrazioni Bush e Obama hanno sempre negato che fosse così, la Polonia ha di fatto ammesso di temere non gli eventuali missili di Teheran ma quelli di Mosca. Il contentino che gli Stati Uniti offrono alla Polonia in cambio della perdita dello scudo antimissile è costituito da avanzati missili terra-aria Patriot, il cui bersaglio ovviamente non sarebbero i missili persiani, che non sono in grado di raggiungere il suolo polacco, ma i missili e l'aviazione russa che evidentemente possono farlo.

Ci sono tre fatti fondamentali di cui l'amministrazione Obama deve occuparsi, cosa che finora non ha fatto.

In primo luogo, i sistemi di difesa antimissile sono intrinsecamente destabilizzanti e contribuiscono esclusivamente all'acquisizione di misure offensive concepite per sconfiggere quelle difese. In secondo luogo, il rapido allargamento della NATO nello scorso decennio ha di fatto minacciato la Russia. Infine, la “minaccia” missilistica iraniana all'Europa è sempre stata illusoria.

Il piano statunitense per uno uno scudo antimissile in Europa Orientale si è basato fin dall'inizio su una concezione profondamente errata. Benché impiegasse una tecnologia non verificata, fu venduto come strumento per proteggere l'Europa da una minaccia inesistente (i missili iraniani), creando al contempo le condizioni per esporre l'Europa a un minaccia reale che lo scudo di difesa antimissile era incapace di sconfiggere (i missili russi). Il fatto che Obama abbia messo sul piatto lo scudo antimissile per concludere un “grande patto” con la Russia sull'Iran non fa che sottolineare lo scarsissimo valore di quel sistema. È uno zero assoluto, sia dal punto di vista militare che da quello diplomatico. Obama, rendendolo merce di scambio, ha cercato di dargli il valore che gli mancava, e i russi non ci sono cascati.

La situazione iraniana è fin troppo reale, ma non in termini di pericoli rappresentati da qualsiasi cosa l'Iran stia facendo. Gli Stati Uniti non hanno facilitato le cose esasperando la minaccia rappresentata da inesistenti missili iraniani puntati sull'Europa e armati di inesistenti testate nucleari. La Russia ha espresso il desiderio di collaborare con gli Stati Uniti per controllare meglio il programma iraniano di arricchimento dell'uranio, che sia secondo l'Iran che secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica fa parte di un programma nucleare energetico pacifico. Per credere al “patto” proposto da Obama, la Russia avrebbe anche dovuto credere alla minaccia dei programmi nucleari e dei missili iraniani. E non ci crede.

Obama farebbe bene a convocare la sua squadra per la sicurezza nazionale e farle esporre le informazioni di intelligence usate per valutare la minaccia iraniana. Un documento di questo genere deve esistere, giacché il Segretario di Stato Hillary Clinton, il Segretario della Difesa Robert Gates, il Capo di Stato Maggiore Ammiraglio Michael Mullen e il presidente stesso hanno tutti ripetutamente fatto riferimento alla “minaccia” rappresentata dalle ambizioni iraniane di possedere “armi nucleari”. È importante distinguere tra ciò che sappiamo e quello che pensiamo di sapere. Per esempio sappiamo che l'Iran non possiede uranio arricchito del genere necessario a fabbricare un'arma nucleare. Chiedetelo all'Ammiraglio Dennis Blair, direttore della National Intelligence. È quello che ha detto questa settimana alla Commissione Servizi Armati del Senato degli Stati Uniti nella sua testimonianza sull'Iran. E tuttavia nella comunità dell'intelligence statunitense molti continuano ad affermare inequivocabilmente che l'Iran è sul punto di possedere un'arma nucleare.

Obama dovrebbe prendere ciascuna affermazione sulle ambizioni nucleari dell'Iran e poi smontare accuratamente tutte le basi fattuali su cui si fonda quell'affermazione. Se lo facesse, scoprirebbe subito che lui e i suoi consiglieri sanno meno di quanto pensino dell'Iran. Tutti gli argomenti degli Stati Uniti a sfavore dell'Iran si basano su ipotesi e speculazioni. Se il presidente smontasse queste speculazioni, scoprirebbe che ciò che le tiene insieme è una metodologia ideologicamente motivata che serve più a giustificare una politica di contenimento e di destabilizzazione della teocrazia iraniana che a comprendere le sue ambizioni nucleari.

Obama dovrebbe studiarsi il trattato ABM del 1972 e il caso della CIA contro la “Squadra B”. Questo capitolo del fallimento della politica di controllo delle armi degli Stati Uniti si è svolto negli anni 1975 e 1976, durante l'amministrazione di Gerald Ford. C'erano una volta l'Unione Sovietica e la Guerra Fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Per impedire che la Guerra fredda si trasformasse in una “guerra calda”, le due superpotenze avviarono iniziative per il controllo degli armamenti, nell'ambito di un programma di distensione Est-Ovest, per gestire meglio l'intensificazione di una corsa alle armi prodotta dalle tensioni della Guerra Fredda. In questo era fondamentale capire al meglio non solo la realtà concreta dei programmi per le armi strategiche dell'Unione Sovietica, ma anche il loro scopo. La CIA elaborò un documento che trattava proprio questi temi, il National Intelligence Estimate (NIE) 11-3/8-74, “Soviet Forces For Intercontinental Conflict Through 1985” (“Le forze sovietiche per il conflitto intercontinentale fino al 1985”).

Le conclusioni rassicuranti del rapporto della CIA sulle potenzialità strategiche sovietiche contrariavano i fautori dei programmi di difesa statunitensi, programmi che in base a quel rapporto risultavano ingiustificati. Questi ideologi, invece di affrontare i fatti presentati dal documento della CIA, attaccarono la metodologia usata per accertarli. I conservatori che si opponevano alla politica della distensione fecero pressioni politiche sul Presidente Ford perché approntasse una “Squadra B” di analisti (esterni) per contrastare le conclusioni espresse nel documento della CIA dalla “Squadra A” (costituita da personale CIA). La “Squadra B” non fornì dati migliori (anzi, ciascuna delle sue asserzioni si dimostrò errata), ma fu più efficace nel produrre paura. Le sue affermazioni sulle intenzioni e le potenzialità sovietiche, altamente esagerate e imprecise, erano politicamente esplosive e non potevano essere ignorate, soprattutto nel 1976, anno di elezioni presidenziali. La “Squadra B” sconfisse la “Squadra A”, e si gettarono le basi non solo per lo smantellamento della politica di distensione USA-Russia, ma anche per la più grande corsa agli armamenti della storia moderna, che culminò nella distruzione di quegli stessi patti pensati per contenere una tale escalation.

Obama dovrebbe studiarsi la storia della “Squadra B” perché la “Squadra B” è ancora oggi all'opera, e diffonde fantasie sulla “minaccia” iraniana che ricordano quelle impiegate dalla squadra che riuscì a spacciare la favola della “minaccia” sovietica. Il nuovo presidente ha avuto un atteggiamento critico nei confronti della guerra in Iraq, e della triste storia di inganno e disinformazione che è stata poi definita “fallimento dell'intelligence”. Non c'è stato nessun “fallimento” perché non c'era nessuna “intelligence”. La “Squadra B” non fornisce alcun tipo di intelligence, ma piuttosto affermazioni ideologiche che servono a giustificare una condotta. Le stesse metodologie da “Squadra B” che ci hanno fornito le informazioni sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq sono oggi al lavoro con i dati di “intelligence” sull'Iran usati dal Presidente Obama e dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.

Obama avrebbe la sorpresa di scoprire che uno dei programmi proposti dalla “Squadra B” nel suo attacco contro la verità c'era uno scudo antimissile per contrastare la percezione di una minaccia missilistica sovietica. Le falsità e le invenzioni spacciate dalla “Squadra B” negli anni Settanta posero l'America sulla strada del ritiro dal trattato ABM del 2001 e del piano per quello stesso scudo antimissile che Obama sta ora usando come merce di scambio per convincere la Russia a collaborare sulla “minaccia” iraniana, una minaccia peraltro confezionata da quella stessa “Squadra B”.

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;">Molti sono rimasti colpiti dal Segretario di Stato quando ha detto che l'America avrebbe dovuto abbracciare lo “smart power” [potere intelligente, sintesi di hard e soft power, ovvero forza militare e diplomazia, N.d.T.]. Intendeva dire che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Obama, avrebbero usato tutti gli strumenti a loro disposizione, soprattutto la diplomazia, per cercare di risolvere la miriade di problemi che devono affrontare ovunque nell'era post-Bush, compreso quello iraniano. Ma non è possibile cominciare a risolvere un problema se prima non lo si definisce accuratamente, perché senza quella definizione la “soluzione” non risolverebbe nulla. Una soluzione al problema iraniano deve partire da un accurato quadro informativo su ciò che avviene oggi all'interno del paese, un quadro che si basi sui fatti più che sulle finzioni basate sull'ideologia. Si consiglia a Obama di mettere in discussione tutte le informazioni di intelligence degli Stati Uniti usate per definire l'Iran una minaccia, e di liquidare una volta per tutte i resti della “Squadra B” che ancora permangono nella struttura dei servizi segreti americani. Intelligence non è ascoltare ciò che si vuol sentire, ma sapere ciò che si ha bisogno di sapere.

;">Obama deve sapere la verità sull'Iran e sul sistema di difesa antimissile in Europa. Questa verità potrebbe essere scomoda, ma lo metterebbe in grado di elaborare soluzioni significative per problemi molto gravi evitando di ripetere l'imbarazzante “grande patto” proposto alla Russia, e cioè di scambiare niente con niente nello sforzo di garantirsi qualcosa in cambio di niente. Ci sono molte “somme zero” in quell'equazione, e questo riassume piuttosto bene l'attuale strategia politica di Obama nei rapporti con la Russia e con l'Iran.

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;">Originale: Barack Obama, Meet Team B

Articolo originale pubblicato il 12/3/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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lunedì 2 marzo 2009

On 13:35 by Sa Defenza TM   No comments
di Raffaele Sciortino

A Davos, sconsolata, la global élite ha dovuto prendere atto del fallimento dei primi due tentativi -il salvataggio settembrino delle banche e poi il piano Paulson- di bloccare o anche solo tamponare negli States la crisi che dall’autunno è anzi divenuta mondiale. Il denaro proveniente dalla prima metà del Tarp (350 miliardi) è servito alle banche a malapena a ripianare le perdite accumulate nei primi tre trimestri del 2008 che già si annunciano perdite per l'ultimo trimestre superiori alle attese. Il mare di liquidità iniettato, senza controlli, dall’amministrazione Bush non ha riattivato il circuito del credito che ha continuato a languire. E dopo i subprimes ecco all’orizzonte la bolla dei mutui “sicuri”, degli immobili commerciali, dei prestiti per auto e delle credit cards, dei prestiti agli studenti; senza contare che i governi statali già bussano a Washington. Insomma, un incubo per il neo-eletto presidente.
L’articolo si incentra sul quadro immediato e sul dibattito negli States in merito alle strategie di risposta alla crisi per poi rifare il punto sul rapporto Usa-Cina (vedi la prima puntata: La prima crisi veramente globale?) accennando di sfuggita alle questioni di fondo.

http://sadefenza.blogspot.com/2009/02/la-prima-crisi-veramente-globale.html
Nuovo pacchetto…

Obama in questa situazione non ha comunque avuto vita facile nel far passare al Congresso il suo pacchetto di stimoli all’economia, ingente in termini assoluti (quasi 800 miliardi $) ma da molti, come il liberal Krugman, ritenuto ancora insufficiente per un efficace rilancio. Repubblicani e democratici moderati hanno ottenuto una bella sforbiciata ai fondi di spesa a carattere più sociale (come l’istruzione per i meno abbienti) -che hanno già fatto gridare al pericolo di una “democrazia socialista”(!)- a favore dei famigerati tax cuts (tagli fiscali soprattutto per ricchi e ceto medio). Nonostante la profondità della crisi l’establishment non vuole sentire parlare di erogazione di titoli sociali che potrebbero diventare diritti permanenti: sa troppo di welfare! Obama ha abbozzato una reazione contro le “maldestre critiche del piano basate sulle teorie che ci hanno condotto alla crisi” e le “malsane abitudini di Washington” coi suoi ostruzionismi -così sul Washington Post del 5 febbraio. E ha intrapreso un tour per i luoghi più colpiti dalla recessione per (moderatamente) evocare una contropressione “dal basso” che però inizia a chiedere di “aiutare la gente e non le banche” (La rabbia dei disoccupati contro Obama). Una reazione comunque timida e troppo “post-partisan” la sua se il Newsweek suona il campanello d’allarme: il presidente rischierebbe di perdere il controllo della situazione lasciando agli avversari l’iniziativa (Losing Control di Michael Hirsch). Le mezze misure scontentano tutti, ma senza conflitto forte niente nuova agenda!

Ma il nodo reale è che al di là delle vaghe raccomandazioni per le restrizioni dei compensi ai dirigenti delle banche Obama non può andare molto oltre se è vero che la necessità di salvare il sistema finanziario è anche per lui fuori discussione: “dovremo lavorare con le banche in maniera efficace per ripulire i loro bilanci, al fine di ripristinare la fiducia nei mercati finanziari”, ha detto alla conferenza stampa del 9 febbraio. È il via libera alle concessioni al sistema bancario e al salvataggio degli azionisti a spese del comune contribuente senza contropartite anche solo in termini di controllo pubblico, non parliamo poi di proprietà (il termine nazionalizzazione essendo tabù). Con qualche restrizione e controllo in più si tratta della via già battuta da Paulson sotto Bush jr., che ha fatto salire il deficit statale di bilancio del 2008 a 1,2 trilioni $, la più alta quota sul Pil dalla II guerra mondiale, mentre per il Tesoro (il cui maggiore contribuente straniero è la Cina) si prevede un indebitamento per almeno 2 trilioni per il 2009. Ma del debito e del rischio dollaro ci si ricorda -dall’Economist alla democratica Brookings Institution- solo ed esclusivamente per chiedere alla nuova amministrazione di mettere mano alla revisione in peggio dei pochi programmi di welfare rimasti (Social Security, Medicare, Medicaid). Lotta di classe dall’alto. Ci vorrà ben altra reazione che i tour di Obama per evitare che la crisi venga scaricata in basso.


…stesso bailout

Il quadro del sistema bancario statunitense è nero: Roubini, profeta di sventura finora non smentito dai fatti, prevede 1,8 trilioni $ di perdite (su 3,6 a scala globale) in crediti inesigibili per i prossimi 12-18 mesi a fronte di un capitale disponibile di soli 1,5 trilioni (ma Goldman Sachs fa stime ancora più pesanti: articolo dell'Economist).
Il problema, oramai è chiaro agli stessi “esperti”, non è più da tempo di liquidità scarsa in relazione a specifici tipi di assets ma di vera e propria insolvenza su un amplissimo spettro di attività di investimento (Citigroup ha subito un secondo bailout a fine novembre, Bank of America, la maggiore degli Usa, sembra pronta a ricevere nuovi aiuti dal governo: insieme valgono oramai meno di 50 miliardi). La domanda che inizia a farsi strada è: quanto è solido l’insieme del sistema finanziario Usa? Comunque sia Washington non può far altro che provare a metterci di suo per permettere il deleveraging, la pulizia degli assets in default delle istituzioni finanziarie.

La cornice decisiva in cui inserire l’intervento di politica fiscale approvato è dunque quella del piano governativo di salvataggio complessivo del sistema. Rinvii ripetuti e vaghezza negli annunci la dicono lunga sulla difficoltà dell’impresa e sui contrasti interni allo stesso team obamiano. La base democratica e in particolare il partito di Obama, anche captando l’insofferenza ancora confusa ma in movimento nella società, vorrebbero destinare gli ulteriori aiuti ai proprietari di casa insolventi e agli enti pubblici locali e criticano lo “shopping bancario” praticato dalle banche coi fondi del Tarp. La Fed di Bernanke non vuole sentir ragione e richiede nuove massicce iniezioni di capitali da parte del governo nel sistema bancario e la garanzia federale se non l’acquisto degli “assets tossici” (La Fed avverte Obama). Wall Street ovviamente ci aggiunge di suo l’assoluta opposizione a ogni genere di controllo.
E’ questo un partito molto ben rappresentato anche alla Casa Bianca, da Larry Summers a Geithner. Annunciato ma solo nelle sue linee generali il dieci febbraio, il nuovo piano non fa che riprendere l’idea di bad bank -senza chiamarla però in questo modo- a capitale misto pubblico e privato che acquisterebbe i crediti inesigibili delle istituzioni finanziarie per un ammontare dai 500 fino a 1000 miliardi $ per incoraggiare la ripresa del credito delle banche “buone” anche con nuove iniezioni di capitale. Si aggiungerebbero poi un programma di rifinanziamento dei prestiti al consumo da parte di Fed e Tesoro per altri 1000 miliardi (una nuova bolla dei consumi?!) e aiuti ai proprietari insolventi per 50 miliardi. Nonostante i contrasti tra i consiglieri presidenziali non sono messe in cantiere restrizioni effettive sulle attività di prestito delle banche beneficiarie di questa prevista ripulitura dei bilanci a spese del pubblico (articolo del New York Times). Come si vede, siamo abbastanza distanti dalle proposte di liberals come Robert Reich (già ministro del lavoro nella prima amministrazione Clinton) che vorrebbe gli aiuti statali vincolati alla ripresa del credito bancario a famiglie e aziende o Krugman favorevole a che lo stato abbia più voce in capitolo negli istituti salvati o lo stesso Roubini che propone contestualmente di ridurre il debito dei mutuatari altrimenti insolventi. Come volevasi dimostrare: il partito di Wall Street è tutt’altro che sconfitto e rinunciatario.

Il problema di fondo è però ancora un altro, e più grave. Come fa notare Martin Wolf sul Financial Times (leggi l'articolo) le misure annunciate, in pratica una riedizione del Tarp già fallito, avrebbero senso se si trattasse di una “semplice” crisi di liquidità mentre il drammatico problema attuale è l’insolvenza, il fallimento di fatto di buona parte delle istituzioni finanziarie i cui assets (dai due ai tre trilioni) valgono meno dei debiti contratti. Niall Ferguson -già fautore del farsi impero degli States e poi passato al partito di Chimerica- è ancora più drastico: la bad bank c’è già ed è la Federal Reserve che però non è certo in grado di ovviare all’esplosione dell’indebitamento mondiale con ulteriori debiti ancorché pubblici.
E’ chiaro allora perché Wall Street non vuole vendere gli “assets tossici” a prezzi di mercato oramai prossimi allo zero: defalcati dai bilanci farebbero crollare il valore in azioni delle banche decretando l’immediata chiusura di gran parte di esse. Non solo: ci sarebbe anche una ricaduta sui detentori di titoli diversi dalle banche che, si sa, si erano specializzate proprio nello scaricare i rischi. Decretare la svalorizzazione di una parte cospicua dei titoli -ciò che davvero sarebbe necessario in astratto- è in concreto reso ancora più difficile proprio dal fatto che a perderci non sarebbero solo i banchieri, ma tutti coloro che hanno legato alla finanza l’integrazione del proprio reddito, in termini di ricchezza aggiuntiva e, soprattutto, in termini di sussistenza (dall’ipoteca sulla casa al fondo pensione, ecc.). Sul piano teorico questa sovrapposizione finanza/“economia reale” è la vera “novità” storica da indagare. Sul piano pratico rende tutti i problemi di ardua risoluzione. Al tempo stesso salvare gli azionisti con prezzi artificialmente alti vorrebbe dire da parte statale buttare via un mare di soldi solo per coprire le perdite su investimenti falliti senza rilanciare, posto che sia possibile, l’”economia reale” (Usa, finanziare le banche non gli azionisti). La bolla questa volta è scoppiata al centro e indietro non si torna!


Understanding the crisis?

C’è quindi già timore, tra le teste d’uovo statunitensi, che Obama non ce la faccia, non sappia mettere in campo “concentrazione e ferocia”-di nuovo Martin Wolf- a sufficienza. Del resto dall’autunno in qua la speranza che grazie al presunto decoupling la crescita asiatica continuasse a ritmi sostenuti tirando fuori dai guai gli States evitando scelte troppo drastiche è svanita. Inoltre la recessione non solo si è insinuata profondamente in Europa, a ovest come a est, e in Russia ma il rischio fallimento sta passando dai sistemi finanziari agli stati che stanno dietro di essi (articolo su The Economist). Inutile qui snocciolare dati a caterva e incerte previsioni, basti dire che secondo il Fondo Monetario si tratta per i paesi avanzati della recessione più profonda dal secondo conflitto mondiale (Imf update) mentre anche il flusso di capitali verso i cosiddetti paesi emergenti sta nettamente contraendosi con l’Europa orientale particolarmente a rischio (Iif release).
In effetti, tra le macerie della triste “scienza” dell’economics (anglosassone e anglofila), c’è qualcuno che ha iniziato a dire le cose come stanno pur non andando oltre il rilievo finanziario. Roubini: al di là della causa occasionale dei subprimes è l’eccesso di credito a scala globale che ha creato una bolla dietro l’altra spingendo ora verso una deflazione da debito (articolo di Foreign Policy). Ferguson: il mondo occidentale soffre una crisi da eccessivo indebitamento e va incontro all’esplosione del debito pubblico (articolo Los Angeles Times). Johnson del Peterson Institute (in una testimonianza davanti al Senato): la causa di fondo va rinvenuta nel boom globale finanziato dal debito che ora mette a nudo anche la vulnerabilità delle obbligazioni statali (The Global Economy: Outlook, Risks, and the Implications for Policy). E c’è anche chi da Harvard fa paragoni con l’economia sovietica artificialmente sovraccarica (articolo New York Times). Quasi che tra le categorie economiche facesse capolino il marxiano capitale fittizio (nesso fondamentale dell’attuale riproduzione capitalistica complessiva a patto di non intenderlo banalmente come speculativo contrapposto a “reale”: ma di questo a un’altra puntata).
Negli ultimi mesi Washington ha inondato i mercati con oltre due trilioni $ -la Fed sta stampando denaro come un matto, scriveva a dicembre il Wall Street Journal- senza che ciò abbia potuto risollevare una domanda tenuta giù dall’indebitamento generale. Inoltre ha abbassato i tassi di interesse quasi a zero cacciandosi così in una classica trappola di liquidità. All’orizzonte poi, e questo sarà un fattore tra i decisivi, i contorni del nuovo “dilemma americano” si stagliano sempre più netti: chi continuerà ad acquistare dollari deprezzati -già ora più di dieci trilioni in bonds del Tesoro- in un mondo in crisi e a corto di denaro buono? E chi finanzierà il pacchetto, o i prossimi pacchetti, di Obama? E, comunque, a quali condizioni?


Shock therapy: ma su chi?

Se le cose stanno così quale la cura? Lo stimolo obamiano parte male e monco e comunque la parte in deficit spending non potrà avere ricadute significative prima di un anno senza contare che molto probabilmente i soldi serviranno a ripagare i debiti piuttosto che a riattivare i consumi. L’indebitamento pubblico aumenta ma è al massimo in grado solo di comprare tempo per una boccata d’ossigeno. Confusamente si fa strada la sensazione che interventi più dolorosi e strutturali siano inevitabili. Del resto lo stesso Obama, prima di farsi risucchiare dalla bureaucratic politics di Washington, qua e là ha già accennato alla necessità di trasformare il modello stesso di sviluppo con cui gli Stati Uniti sono andati avanti negli ultimi decenni per evitare il crearsi di nuove bolle (preoccupazione di cui in Europa si è fatta portatrice la sola Merkel). E non è detto che, se il conflitto sociale riemerge, non sarà costretto a rilanciare la posta.
Sulla natura delle scelte i fronti in campo sono ancora vaghi, trasversali e confusamente intrecciati con le embrionali spinte sociali. Liberals post-keynesiani come Robert Reich non vanno oltre la richiesta (comunque significativa) di porre termine alla stagnazione dei salari reali del lavoratore Usa che da metà Settanta ha costretto la famiglia media dapprima al lavoro fuori casa delle donne e a orari più lunghi e poi all’indebitamento. Un riconvertito Jeffrey Sachs si spinge a toccare un tabù oramai indiscusso negli States: è necessario aumentare le tasse ai ricchi, insieme a investimenti infrastrutturali e, nella prospettiva di un keynesismo global, a un accordo cooperativo con la Cina (articolo da realclearpolitics). Sono posizioni che presuppongono un Obama protagonista relativamente autonomo dai poteri forti, cosa che però richiederebbe almeno uno scatto del movimento che lo ha portato su…

Per intanto una parte del fronte globalista già neoliberista, seriamente preoccupata per le sorti del mercato mondiale e la leadership Usa e per questo prontamente riconvertitasi all’interventismo statale, spinge per una svolta decisa. Probabilmente si fa conto sul fallimento della fase I dell’amministrazione Obama per sponsorizzare una shock therapy che si incentri sul diretto e completo controllo statale, ancorché temporaneo, del sistema bancario. Si tratterebbe, da quello che è dato capire fin qui, di lasciare alla loro sorte gli istituti “tossici” (impossibile distinguere oramai tra buoni e cattivi assets) e nel mentre istituire con capitale pubblico ex novo e una tantum banche “sane” che possano riprendere il credito agli investimenti reali. Questo intervento lascerebbe sul campo morti e feriti anche “eccellenti” tra azionisti e creditori, ritenuti comunque irrecuperabili, ma salverebbe il sistema e soprattutto eviterebbe la messa in discussione, con l’avvitamento della crisi, della leadership statunitense nel mondo (articolo Financial Times). Un once-only event finalizzato a cancellare debito invece che a crearne di nuovo (articolo Los Angeles Times) preferibile alla lenta agonia. Con l’auspicio, così facendo, di “spostare risorse fuori dal settore finanziario verso la manifattura, la tecnologia e altre attività basate sull’innovazione “reale” (cioè non finanziaria)” (articolo Peterson Institute ) a evitare l’immediato riformarsi di nuove bolle speculative. E di reimpostare su questa base il problema degli squilibri globali tra Usa e mondo, in primis con la Cina, senza rinunciare al comando della moneta mondiale tramite il dollaro.

E’ questa probabilmente la riscrittura delle regole cui si pensa in questi circoli: il multilateralismo targato Wto viene abbandonato a favore di una strategia di accordi “plurilaterali” praticati con la massa critica dei paesi emergenti, guardando particolarmente alle mosse cinesi eventualmente anche a spese della Ue. Sarebbe il corrispettivo in politica economica estera di quel “multilateralismo à la carte” teorizzato dal pensiero strategico statunitense, costretto al ripiegamento, come variante debole dell’unilateralismo nel quadro di un mondo sempre più “apolare” (articolo Foreign Affairs) da gestire, al di là della retorica, senza alcun grand bargain. Il lato debole di queste posizioni sta al momento nel taglio ancora tecnocratico: ché si tratterebbe niente affatto di operazioni “tecniche” indolori ma di una colossale redistribuzione di titoli di proprietà, come nel cambio di moneta dopo una guerra, nel mentre sarebbero inevitabili spinte e controspinte e forse anche conflitti dal basso sulle finalità delle “nazionalizzazioni di un giorno solo”. E che dire della perdita di immagine del mercato in quanto tale: sarebbe privo di conseguenze sociali e politiche? Quanto alle ripercussioni internazionali è messo in conto lo scatenamento di ricapitalizzazioni competitive che però non molti stati (vedi tra gli altri un’Italia chiaramente a corto di risorse) al momento possono permettersi con il conseguente perdersi per strada di pezzi del sistema (articolo Peterson Institute). Ma come reagirebbero gli attori internazionali più pesanti che vedrebbero svalutate le proprie riserve in dollari?
Questo nodo richiama l’opzione “nucleare”, come l’ha definita l’Economist di qualche mese fa (articolo Economist), ovvero l’eventualità della pura e semplice cancellazione del debito statunitense scaricata sull’estero. Un’opzione che sicuramente si è affacciata alla mente dei “falchi” -scaricare all’esterno per ricominciare tutto come prima- ma che al momento appare improbabile nella sua versione forte perché acuirebbe tutti i rapporti internazionali da una posizione di relativa debolezza Usa e costringerebbe Pechino a una repentina svolta di centottanta gradi. Non sarebbe comunque inedita se guardiamo alla crisi degli assetti di Bretton Woods del ’71-’73 con la fine della convertibilità del dollaro, seppure in un contesto meno globalizzato. Ha inoltre il vantaggio non indifferente, proprio del resto di ogni politica monetaria, di presentarsi in qualche modo “neutra” essendo il comando della moneta quanto di più feticistico, nel senso marxiano del rapporto sociale travestito da rapporto tra cose, possa darsi.

Il passaggio per gli States è dunque obbligato e complicato al tempo stesso: come salvaguardare la possibilità stessa di prelievo sulle ricchezze mondiali, il dollaro e le rendite finanziarie, e insieme svalutare il debito interno e estero? E’ probabile che in prima battuta si cercherà ancora di ricorrere al credito asiatico (buona parte dei quasi tre miliardi $ al giorno nel 2007) ma questa volta per finanziare operazioni di vero e proprio scarico della crisi sugli stessi finanziatori e procedere grazie a questo a un riaggiustamento interno -sfruttando in questo il richiamo obamiano alla “rinascita dell’America”. Ma tra intenzioni e realtà… c’è appunto la Cina.


Prime scintille con la Cina?

Ancor prima di accedere ufficialmente alla carica di ministro del Tesoro Usa, Geithner è riuscito a scatenare le reazioni dell’altrimenti impassibile diplomazia cinese accusando ufficialmente Pechino di manipolazione del cambio dello yuan, in una “guerra di parole” non certo dovuta a una disattenzione linguistica (articolo Economist). Negli stessi giorni, a Davos, il premier cinese Wen Jiabao accusava gli Stati Uniti di essersi adagiati su un “modello di sviluppo insostenibile”. Un mese prima un editoriale del governativo China Daily aveva avvisato gli Stati Uniti di non aspettarsi continui flussi dall’estero di capitale a basso costo per ulteriori massicci salvataggi (articolo Wall Street Journal). Infine, in un’intervista dai toni ufficiali rilasciata al Financial Times durante il suo tour europeo, ancora Wen Jiabao ha richiamato tra le cause della crisi gli squilibri globali dovuti ad “alcune” economie segnalando il possibile cambiamento di strategie rispetto alle riserve di divise estere una volta che la crisi sia passata, riserve con cui comunque Pechino non ricapitalizzerà le esangui casse del Fmi senza una riorganizzazione dei diritti di voto a favore del terzo mondo (articolo Financial Times).
I toni inusuali, da non sopravvalutare certo, indicano che l’esordio della presidenza Obama è stata “scioccante” (Il soft power di Pechino oltre l'Africa ) per la dirigenza cinese, tra accuse, avvertimenti e soprattutto timori sulla capacità di Washington di gestione della crisi. Una crisi che per la prima volta intacca il meccanismo stesso, l’accesso al mercato interno statunitense in continua espansione, su cui si è basata la crescita del paese asiatico dal post-’89 in poi, e al tempo stesso a differenza della crisi asiatica del ’97 manifesta la vulnerabilità anche cinese al lato oscuro della globalizzazione. Che non è ancora la messa a rischio dell’intreccio tout court con il capitale yankee -cruciale dal riconoscimento diplomatico ufficiale del ’79 a conclusione del rapprochement e dal varo delle riforme denghiste in poi- ma certo potrebbe rappresentare l’incrinarsi della complementarietà economica a scala globale puramente win-win (benefici per entrambi i partner ancorché non simmetrici) finora indiscussa pur nel permanere di tensioni regionali sugli assetti di sicurezza in Asia Orientale (ché al di là di questo perimetro, contro le esagerazioni interessate del Pentagono, la Cina sul piano militare al momento non va). Tutto ciò comporterà per Pechino sacrifici ad ampio spettro.

Al di là delle mosse già in atto (vedi la riconversione graduale delle riserve in dollari dal 70% al 45% e il pacchetto di stimoli alla domanda interna) e dei probabili tentativi di riorientamento sul medio-lungo periodo (minore dipendenza dal mercato Usa e maggiore integrazione regionale asiatica, proseguendo l’offensiva economica e di soft power in Africa e America Latina) - il problema di fondo per la Cina è l’estrema difficoltà di riconversione del modello di crescita finora seguito anche a prescindere dalle scontate reazioni Usa a un eventuale dirottamento verso altri lidi delle riserve monetarie. Sia per quantità che per composizione i paesi occidentali sono cruciali per le esportazioni di beni finali di contenuto tecnologico anche medio che le fabbriche cinesi processano e assemblano a partire dall’importazione di componenti dagli altri paesi della regione Asia Orientale. L’intreccio regionale dunque non può far dimenticare la dipendenza dalla destinazione finale (vale finanche per il Giappone che non riesce a rialzarsi) e soprattutto dal legame a doppia mandata con il circuito globale del debito. Una Cina polo di crescita “alternativo” anche solo per l’Asia dovrebbe produrre di più per il mercato interno ed esportare verso i paesi arretrati dopo averli finanziati con una sorta di piano Marshall. Il tutto con sette-ottocento milioni di contadini, di cui trecento sotto la soglia di povertà, secondo le stime molto più caute sull’economia cinese della World Bank, riviste lo scorso anno di contro alle previsioni di un “sorpasso” sugli States. E senza dimenticare che il surplus è ancora largamente di natura commerciale e non da investimenti all’estero.
“In questo matrimonio il divorzio non è un’opzione” (articolo Brookings) sul breve-medio periodo. Il che non toglie che con e a partire da questa crisi il rapporto è destinato a divenire, al di là della volontà degli attori, più contrastato e da parte statunitense più esigente e predatorio. E’ questo il passaggio essenziale che ci sta davanti anche se è prematuro oggi coglierne le piene implicazioni. (Il che ci può dire qualcosa anche della metamorfosi della globalizzazione nella crisi: altro tema da approfondire). Da subito, probabilmente, Washington chiederà la rivalutazione dello yuan e in generale, facendo leva sull’interdipendenza economica e la superiorità militare, l’assunzione di più rischi (cioè costi: economici ma anche sociali e politici interni) da parte di Pechino. In cambio farà qualche concessione alla controparte in termini di accesso alle sedi decisionali mondiali (ma quanto reali?) senza assumere impegni sulla riscrittura effettiva delle regole del gioco internazionale. Si tratterà principalmente di una chiamata in correo in cui la Cina sarà “invitata” a partecipare al salvataggio della controparte (articolo Foreign Affairs) che, dovesse riuscire, in prospettiva renderebbe il rapporto ancora più asimmetrico. Dando altresì un colpo secco alla strategia denghista dell’emergere “nascondendosi” che è riuscita ad evitare con l’“ascesa pacifica” il confronto diretto con la potenza egemone.

La Cina rischia dunque di trovarsi a dover fare i conti troppo presto, ovvero nel mezzo di un’ascesa economica ancora molto squilibrata, e controvoglia, ovvero senza avere in mano l’iniziativa, con i nodi più stringenti del dis-ordine internazionale che pensava fin qui di poter decisamente indirizzare verso un esito multipolarista relativamente equilibrato (con una sorta di “revisionismo preventivo” - vedi: Dopo la Muraglia di Andornino). Ora non può tirarsi indietro né permettersi lo scontro con gli States. Al tempo stesso deve iniziare a pensare a qualche alternativa praticabile in prospettiva per non farsi fagocitare. Brutti scherzi della “coesistenza pacifica”, dottrina già sovietica ai tempi condannata dai cinesi per “revisionismo” ma che nessun dirigente russo avrebbe interpretato al punto da lasciarsi invischiare così a fondo nella Grand Strategy dello zio Sam…


Chimerica non è in buona salute né sul versante statunitense né su quello cinese. Se è così, determinare oggi come andrà a riconfigurarsi questo rapporto in via di ricontrattazione non è questione da affrontare a tavolino. Piuttosto si intreccia con il conflitto sociale che in forme nuove già si esprime -tra le spinte confuse ma riconoscibili che stanno dietro la vittoria di Obama e nei mille rivoli delle proteste in Cina- e le cui dinamiche, quelle sì, saranno l’indice decisivo della profondità della crisi. (Una crisi che rimanda al violento e inevitabile richiamo del capitale fittizio al “principio di realtà” del rapporto con lo sfruttamento del lavoratore complessivo oramai esteso all’intera vita sociale e naturale. Ciò che aiuta a qualificare questa crisi globale come crisi della riproduzione complessiva della società del capitale oramai coperta dall’indebitamento: qui le analogie con il ’29 si rivelano del tutto insufficienti trattandosi allora del passaggio dalla sussunzione formale a quella reale, oggi pienamente dispiegata).
Quello che si può ipotizzare è che l’asse Washington-Pechino permanendo diventerà con ciò ancora meno stabile e fluido, destinato a ripetuti alti e bassi piuttosto che a fare da base per un nuovo ordine in cui i due poli si disciplinerebbero a vicenda. Sembra improbabile e troppo lineare leggerlo nei termini opposti ma in fondo simmetrici del declino dell’egemonia Usa (ma quale e dove il sostituto?) o dell’ascesa di un modello di sviluppo cinese autonomo che vi si affiancherebbe (Arrighi). Comunque sia, non abbiamo davanti a noi una Bretton Woods II con riscrittura delle regole internazionali per il semplice fatto che questa c’è già stata, ed è scaturita proprio dal rapprochement sino-americano di inizi Settanta contemporaneo e contestuale alla crisi della prima Bretton Woods. Il che spiega perché la crisi post-’68 e post-movimenti anticoloniali è stata transitoriamente superata e ricomposta con una dislocazione sociale e spaziale dell’accumulazione e una nuova “regolazione” basata su circuiti del debito mondiali e culminata nella globalizzazione (altro che scelta puramente politica reversibile o caratteristica da sempre del sistema!). Ora il rapporto e l’intero assetto si incrinano. Se poi gli States riuscissero in qualche modo a rilanciare l’accumulazione, la rotta con la Cina sarebbe di vero e proprio scontro accelerato data la sovracapacità produttiva mondiale. Il disordine è grande sotto il cielo…

Febbraio 2009