sabato 13 aprile 2013

On 05:02 by Sa Defenza TM   No comments

L'Eurogruppo adotta il "modello Cipro"
contropiano.org/

L'Eurogruppo adotta il "modello Cipro"
Il prelievo forzoso sui conti correnti diventa uno degli strumenti ordinari di "salvataggio" di banche e Stati.

Un Eurogruppo non molto pubblicizzato, ma che doveva discutere – e lo ha fatto – di problemi piuttosto decisivi per il futuro dell'Eurozona. Lo si capisce dalla reticenza con cui anche i giornali specializzati danno conto della discussione avvenuta. Poiché abbiamo giustamente molta considerazione dei professionisti inviati a Bruxelles, dobbiamo pensare che la discussione tra i ministri delle finanze sia stata in qualche misura “criptata”, e che la materia in discussione sia al tempo stesso esplosiva e per ora trattata in maniera solo preliminare.

Seguiamo perciò il racconto fatto da IlSole24Ore - il giornale più attento a questo tipo di eventi – cercando di spiegare quel che è poco chiaro e, soprattutto, le implicazioni contenute nelle varie ipotesi di getione delle future crisi.

Come sempre, le nostre considerazioni sono in corsivo.

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Accordo politico all'Ecofin sul meccanismo di supervisione unica delle banche: superate quindi le resistenze della Germania che chiedeva una modifica dei Trattati prima di dare il via libera. La supervisione unica «si fa coi Trattati attuali, abbiamo l'accordo definitivo unanime dei ministri», ha detto il commissario Michel Barnier.

Redazione. Nonostante la sintesi, si capisce che lo snodo relativo alla sorveglianza delle banche (private) europee da parte della Bce è così rilevante da richiedere – a parere della Germania – una modifica dei Trattati. Per ora si va avanti che con i trattati che ci sono, ma ricordiamo la materia del contendere tra Germania e il resto d'Europa: Berlino chiedeva che la sorveglianza sulle banche “non sistemiche” restasse affidata alle banche centrali nazionali. Perché? Per il buon motivo che l'ossatura fondamentale del credito tedesco vede protagoniste le Landesbanken, ovvero quelle banche territoriali su cui si regge buona parte del sistema delle imprese e, non secondariamente, la forza politica dei deputati.

Non basta, però. La nuova proposta tedesca prevedeva di rafforzare la separazione tra attività di politica monetaria e di vigilanza della Bce, trovando anche il modoe di garantire meglio “poteri equivalenti” ai membri della struttura di vigilanza bancaria non appartenenti all'Eurozona. Un modo per aumentare il peso tedesco nelle decisione Ue (i paesi dell'Est che ancora non hanno adottato l'euro sono “contoterzisti” di Berlino) anche a costo di dare un peso eccessivo sulla moneta unica a paesi che non la usano. Singolare. Alla fine l'idea non è passata, ma come in tutte le trattative diplomatiche, la “pressione” ha prodotto se non altro l'accettazione del principio che i Trattati si possono cambiare, senza predetrminare ora alcun contenuto. Come scrivono alcuni giornali, “molti governi temono una riapertura di un negoziato sul Trattato Ue”, perché il loro peso – in una situazione di oggettiva debolezza economica, e quindi politica, dei propri paesi, vedrebbero i propri poteri notevolmente ridimensionati a favore di un meccanismo “centralizzatore” deciso nei fatti dalla Germania.


Scadenze più lunghe per Irlanda e Portogallo
I ministri delle finanze della zona euro hanno trovato un accordo per concedere sette anni in più a Portogallo e Irlanda per rimborsare i prestiti ottenuti con il pacchetto di salvataggio. Lo ha annunciato il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem che ha sottolineato come i ministri abbiano voluto compiere un passo «deciso e positivo», aggiungendo tuttavia che la questione deve ancora essere affrontata da tutti i 27 ministri delle finanze dell'Unione europea che si vedranno nelle prossime ore. Il commissario gli Affari Economici Olli Rehn ha accolto con favore la decisione dell'Eurogruppo, che ha definito «un passo molto importante» verso una pieno ritorno sui mercati del finanziamento per i due paesi.
Red. Qui c' poco da aggiungere, se non che il “trattamento” dei singoli paesi in difficoltà è straordinamente differenziato. L'Irlanda, soprattutto, sembra nel “cuore” di Bruxelles assai più dei paesi mediterranei. Possibile che gli interessi inglesi nelle banche irlandesi abbiano così tanta forza? Più che possibile...


Ricapitalizzazione e Esm, quanti rebus
Anche il negoziato sulle regole della ricapitalizzazione bancaria da parte dell'Esm (Fondo anti-crisi dell'Eurozona) che è parallelo alle discussione sugli altri elementi dell'unione bancaria, si dimostra molto complesso. Sulle due questioni fondamentali, il trattamento dei legacy asset, cioè delle situazioni di bilancio del passato, e della retroattività degli interventi del meccanismo di stabilità, non ci sono ancora dei paletti fermi.
Altro nodo delle trattative le modalità e le condizioni dell'intervento dei privati nella ristrutturazione e nella liquidazione delle banche. Lo scontro è sui limiti alle esenzioni dagli oneri del cosiddetto 'bail-in'. Sembra prevalere un orientamento favorevole solo all'esclusione dei depositi delle persone fisiche e delle Pmi, mentre c'è una discussione molto accesa sull'esclusione dei prestiti interbancari a breve.
Il commissario al mercato interno Michel Barnier ha messo in guardia dai tentativi di diluizione sull'imposizione delle regole per la liquidazione delle banche a partire dal 2018. Alcuni governi cercano di assicurare un margine di discrezionalità alle autorità nazionali nella scelta di quali creditori dovranno farsi carico delle perdite.
Red. Qui invece la partita è davvero grossa. L'espressione “bail in” indica una via di salvataggio – delle banche o degli Stati – opposta a quella definita “bail out”. Con questa seconda, infatti, si descrive un intervento esterno, fatto di prestiti da ripagare in tempi certi, a condizioni magari durissime, come quelle imposte a diversi Piigs. Con “bail in”, al contrario, di qualifica il “modello Cipro”, in cui buona parte delle risorse necessarie al “salvataggio” delle banche è stata reperita sequestrando i conti correnti (singoli cittadini e depositanti stranieri), possibilmente limitando la rapina alle cifre superanti i 100.000 euro (che per legge europea vanno salvaguardati anche in caso di fallimento della banca).
Naturalmente si discute anche di “chi” abbia il potere di decidere determinati tipi di “salvataggio” , o almeno quali creditori potranno essere pelati più di altri. Se, insomma, c'è un disegno europeo per trasformare i “salvataggi” in bagni di sangue, ci sono singoli governi che si preoccupano di avere un margine per proteggere almeno i propri “favoriti”.


La tempistica delle regole per il bail-in
Quanto ai tempi, la Commissione propone che le regole del 'bail-in' entrino in funzione dal 2018. La Bce preme per il 2015. Bruxelles concorda, ma a patto che tutti gli elementi del puzzle dell'unione bancaria siano sul tavolo.
Infine c'è la prospettiva del Fondo unico di risoluzione delle crisi. Attualmente è in discussione la proposta di creare fondi nazionali. In giugno la Commissione presenterà una proposta di sistema unico, con un Fondo di risoluzione unico. Si sapeva da qualche tempo che Bruxelles fosse orientata in tal senso: Barnier l'ha reso ufficiale proprio in occasione delle riunioni informali nella capitale irlandese.
Red. Si capisce che il “modello Cipro” è ormai dato per assodato (occhio ai vostri conti correnti, se non siete propriamente poverissimi!), mentre si discute su quando farlo entrare in vigore come “modello standard”. E visto che il “bail in” in molti casi potrebbe non essere sufficiente (non lo è stato nemmeno per Cipro), ecco che viene definito meglio un nuovo “fondo di risoluzione” comunitario. Le cui condizioni di applicazione sono evidentemente tutte la scrivere (ma non ci sono molti dubbi su chi sarà a pagare, viste le insistenze sui “tagli alla spesa pubblica”).

mercoledì 10 aprile 2013

On 08:50 by Sa Defenza TM   No comments
Il concetto di decrescita felice è una filosofia economica studiata ed espressa dall'economista Serge Latouche, a cui Maurizio Pallante fa riferimento
Sa DEFENZA

Crescita e decrescita, perché un concetto non esclude l’altro

Maurizio Pallante


Premetto che sono un abbonato e un occasionale collaboratore del Fatto Quotidiano. Lo dico per sottolineare la mia affinità di vedute con la linea politica del giornale. Ciò non esclude, ovviamente, che a volte mi possa trovare in disaccordo con quanto scrive qualcuno dei suoi più autorevoli redattori, come mi è successo leggendo il commento di Furio Colombo intitolato “Crisi, l’ora della scelta tra crescita e decrescita” pubblicato domenica scorsa.
E non mi riferisco alla sua predilezione per la crescita con una più equa redistribuzione del reddito come sostenuto dai suoi economisti di riferimento, ma alle premesse concettuali che la sottendono, che Colombo manifesta commentando l’affermazione di Gianni Agnelli: «Non puoi dire decrescita. È una parola contro natura», con queste parole: «la frase è fondata – perché – i bambini crescono, gli animali crescono, la natura cresce». A parte l’ultimo esempio di cui mi sfugge il significato, le domando: i bambini e gli animali crescono per sempre o a un certo punto smettono di crescere? Noi abbiamo un cane di 17 anni. Cosa sarebbe diventato se avesse continuato a crescere da quando è nato? Lei dopo il 17 /18 anni ha continuato a crescere? Eppure, anche avendo smesso di crescere ha continuato a migliorare. La sua affermazione mi fa pensare a quel versetto del profeta Isaia in cui si legge: «Iddio acceca quelli che vuol perdere».
Come si fa a non vedere che ogni crescita arrivata a certo livello si arresta? Se, come sostiene Colombo, tutto ciò che è artificio dell’uomo segue il modello della natura, anche la crescita economica non può non arrestarsi, che lo si voglia o no, per eccesso di consumo di risorse e per eccesso di emissioni di sostanze non metabolizzabili dalla biosfera.
L’immaginazione al potere oggi si può realizzare solo a partire dalla liberazione del nostro immaginario collettivo dalla distopia della crescita illimitata (questo sì, questo sì). Solo a partire dalla rottura di questo velo, si potrà cominciare a vedere che le innovazioni scientifiche e tecnologiche possono e dovrebbero essere indirizzate ad aumentare l’efficienza con cui si usano le risorse, cioè a ridurre i consumi di energia e di materie prime, le emissioni inquinanti e i rifiuti, a parità di benessere. A realizzare una decrescita selettiva del Pil riducendo i consumi di merci che non sono beni.
La decrescita selettiva degli sprechi è l’unico modo di uscire dalla recessione, creando posti di lavoro utili. Immagini una politica economica e industriale finalizzata a ridurre gli sprechi energetici del nostro patrimonio edilizio, che attualmente richiede per il solo riscaldamento invernale 20 metri cubi di metano al metro quadrato all’anno contro il limite massimo di 7 consentito in Germania (dove gli edifici migliori ne consumano 1,5). Si darebbe avvio a uno sviluppo tecnologico senza precedenti. Quanta occupazione in lavori utili si creerebbe? I costi d’investimento verrebbero pagati dalla riduzione delle importazioni di gas e petrolio senza aumentare il debito pubblico. Si ridurrebbero le emissioni di anidride carbonica e le tensioni internazionali per accaparrarsi le fonti fossili.
Forse la fantasia al potere oggi passa proprio attraverso una decrescita selettiva dei consumi di merci prive oggettivamente di utilità. «Mai chiamarla decrescita – lei dice – è triste». La intristirebbe tanto una decrescita del debito pubblico? Speriamo che Iddio non abbia deciso di accecare tutti.


Serge Latouche, economista, tiene una conferenza a Mestre (Ve) sul tema della decrescita.