martedì 1 maggio 2012

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Leonardo Mazzei  


Dall'Autonomia operaia alla subalternità «europea»

L'Europa e l'euro sono messi davvero male se perfino Toni Negri deve scendere in campo per proclamarne l'intangibilità. Con un articolo apparso su Uninomade.org - Elezioni francesi: anticipazioni per discutere dopo il secondo turno -  Negri ci consegna non solo e non tanto un'analisi assai discutibile del voto francese, quanto soprattutto il penoso approdo del suo pensiero politico.
Se per il politicantume oggi ex arcobalenico il compito del «popolo di sinistra» è da vent'anni quello di fare da supporto, talora cercando di correggerlo ed abbellirlo un po', al centrosinistra di Prodi-D'Alema-Bersani; ora abbiamo finalmente capito a cosa servono le moltitudini negriane: a sostenere, cercando di condizionarle ed abbellirle un po', le oligarchie europee di Bruxelles e Francoforte.

Chi pensa che si tratti di un'esagerazione è vivamente pregato di leggersi integralmente l'articolo in questione. Qui ci soffermeremo soltanto sui passaggi più significativi di questo scritto, autentiche perle di un pensiero subordinato quanto pernicioso. Prendiamo, ad esempio, questo commento:

«Quale enorme distanza da quando estrema destra ed estrema sinistra insieme avevano espresso un no al trattato di Lisbona – ora questo no è ripetuto solo dall’estrema destra e mette in imbarazzo le forze golliste, mentre l’estrema sinistra confluisce verso Hollande nell’assumere un programma europeo, finalmente rinnovato in termini socialisti. Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del processo dell’unità europea?».

Quel che preoccupa Negri è dunque il «rinnovamento del processo dell'unità europea». Un rinnovamento che trarrà giovamento dalla vittoria di Hollande, il quale avrebbe - udite, udite! - nientemeno che un programma «rinnovato in termini socialisti». Un programma sul quale confluisce, così argomenta trionfante il professore padovano, l'estrema sinistra, che ha abbandonato il no al Trattato di Lisbona (e questo non ci risulta proprio), lasciando al Front National il monopolio dell'opposizione all'Europa dei vampiri della finanza (e questo, purtroppo, è largamente vero).

Detto en passant, Negri sbaglia anche il riferimento storico al referendum del 2005, che come sanno in molti, ma non necessariamente chi ha insegnato a lungo a Parigi, riguardava il progetto di Costituzione europea (affondato appunto dagli elettori francesi ed olandesi) e non il successivo Trattato di Lisbona, concepito proprio per aggirare quel chiaro pronunciamento popolare. Un particolare che non interessa nemmeno di striscio al filosofo. Chissenefrega del parere del popolo, al massimo si interpelli qualche esponente del «lavoro cognitivo» della capitale, che basta e avanza...

Ma torniamo al merito delle affermazioni negriane. In cosa consista il «socialismo» di Hollande proprio non si sa. Certo, se il suo è un programma socialista, quello che portò alla vittoria Mitterand nel 1981 cos'era, un programma bolscevico?

Nel tentativo di far quadrare i conti, cioè di aggiustare la realtà in base alle proprie tesi, Negri ci propina poi questo passaggio:

«Per quanto riguarda l’Unione, i socialisti chiedono una revisione dei criteri del Fiscal Compact, un accordo eurobond, e una promozione dello sviluppo economico da parte dell’Unione che assuma come centrale il mantenimento del Welfare State. Che questa politica possa passare a livello europeo è evidentemente molto difficile ma è vero che ormai questa politica incontra un’opinione pubblica sempre meno disponibile alla distruzione del sistema-Euro ed alla dissoluzione della Eurozona. “Rari sono quelli che pensano che la reintroduzione di una flessibilità dei tassi di cambio sarebbe utile e molti continuano a credere che delle svalutazioni nell’Eurozona non farebbero che aumentare l’inflazione” (Martin Wolf)».

Muovendo da due banalità - la richiesta della «crescita» e le difficoltà che anche uno spostamento millimetrico dalla linea del «rigore» incontra oggi in Europa - Negri escogita un curioso salto logico per arrivare ad identificare la difesa del Welfare State con quella del sistema-Euro, come se non fosse proprio quest'ultimo uno dei cardini su cui agisce la sistematica distruzione del Welfare.

Ora, che in Europa tutti si stiano accorgendo di quel che non si poteva non sapere, e cioè che le politiche rigoriste avrebbero condotto ad una pesantissima recessione, è cosa nota. La parolina «crescita» è sulla bocca di tutti, e tutti la reclamano come se la si potesse ottenere per decreto. Ma i guardiani dell'euro e del debito esigono anzitutto «rigore», che - ripetono a pappagallo (vedi Monti) - dovrebbe però coniugarsi miracolosamente con la crescita. Questo matrimonio è tuttavia impossibile, e dunque possiamo immaginarci dove andranno ad infrangersi tutte le bene intenzionate litanie sulla crescita...

Il salto logico dell'ex leader dell'Autonomia è davvero interessante. In pratica egli ci dice che, poiché vuol difendere quel che resta del Welfare, l'opinione pubblica europea sarebbe «sempre meno disponibile alla distruzione del sistema-Euro ed alla dissoluzione dell'Eurozona». Un'affermazione perfino pittoresca nella sua temeraria arbitrarietà.

Certo, si può discutere sulla natura dell'opposizione al sistema-Euro. Si può discettare sulla sua radice di classe, sul suo retroterra culturale e sulle prospettive politiche che apre. Quel che proprio non si dovrebbe fare è raccontare balle a cuor leggero, negando quali siano le tendenze di fondo che vanno muovendosi nelle società europee. E' forse un caso se la stampa mainstream è sempre più preoccupata del cosiddetto «populismo antieuropeista»?

Visto che questo è il tema dell'articolo di cui ci stiamo occupando, restiamo alla Francia. Il successo di Marine Le Pen, soprattutto il suo sfondamento in larghi strati proletari, affonda le sue radici proprio nella posizione antieuropea del Front National. Del Front de Gauche (FdG) possiamo dire che non ha saputo assumere una posizione altrettanto forte, ma la sua distanza dall'Unione Europea è assai maggiore di quella che in Italia viene curiosamente definita «sinistra radicale». E tutti sanno che una delle ragioni della (probabilissima) sconfitta di Sarkozy risiede proprio nel suo far asse con la Merkel in nome dell'Europa. Dov'è allora l'opinione pubblica sempre più schierata a difesa dell'euro di cui blatera il prof. Negri?

Se l'analisi fa acqua da tutte le parti, ancora più significativi sono i due auspici finali dell'articolo su Uninomade. Il primo si riferisce alle future scelte del FdG di Mélenchon. Leggiamo:

«Nel caso non entri nel governo, non possiamo prevedere dunque null’altro che un tentativo di radicalizzare ed estremizzare le proposte di Hollande, oltre che puntualmente criticarle, da parte di Mélenchon. Povero destino, se le cose andranno davvero in questi termini. Povero destino anche se – e fortemente lo auspichiamo – questa relativa impotenza non spingerà Mélenchon a riprendere quella demagogia antieuropea che talora era apparsa, più che nelle sue posizioni, in quelle di taluni suoi sostenitori».

Di nuovo, governo a parte (ma ce ne occuperemo subito di seguito), avete capito cos'è che sta davvero a cuore al prof. Negri? Ciò che gli interessa è solo ed esclusivamente il fatto che la sinistra non osi minimamente mettere in discussione l'Europa delle oligarchie. Ciò che può fare è cercare di abbellirla, che non sia mai che si metta in testa di voler riconquistare la sovranità nazionale, un concetto che a Negri supponiamo possa provocare perfino l'orticaria.
Concludiamo sulla questione del governo. Negri auspica che Mélenchon non entri nel futuro esecutivo. Auspicio totalmente condiviso da chi scrive, ma per ragioni completamente diverse. Sentiamo:

«Molte esperienze, ormai sviluppatesi a livello mondiale, ci mostrano che solo l’estraneità dei movimenti ai governi, alle loro, talora necessarie, talora volontarie, mediazioni nelle istanze europee, può essere efficace in termini di reinvenzione programmatica e politica verso il “comune”. Anche dalle forze che hanno sostenuto Mélenchon e da Mélenchon stesso, ci aspettiamo questa decisione»

Se noi auspichiamo che il FdG non entri a far parte del governo, in modo da mantenere quanto meno una certa autonomia politica da Hollande (benché lo abbia immediatamente ed incondizionatamente sostenuto in vista del secondo turno del 6 maggio), per Negri il problema è di natura ben diversa. Per l'ex teorico dell'Autonomia operaia il problema non è far parte o meno di un governo che dovrà comunque varare pesanti misure antipopolari. No, per lui il problema - che va ben oltre la vicenda francese - è che i movimenti devono soltanto agire come stimolo e come pungolo ai governi ed alla politica in generale.

Solo dei gonzi in preda agli effetti di potenti allucinogeni potrebbero scambiare una simile concezione come la quintessenza della difesa dell'autonomia dei movimenti, quando invece è - teoricamente, ed ancor più nella pratica - la formula chimicamente perfetta della subalternità ai governi delle classi dominanti (ed oggi in particolare al «governo dell'Europa»), in una prospettiva che esclude tassativamente non solo l'obiettivo del governo, ma pure quello del potere rivoluzionario.   

Per Negri, il socialista di destra Hollande è quasi perfetto. Dunque deve governare. Ai movimenti (e alla sinistra) il compito di suggerire qualche idea, senza mai disturbare il manovratore, specie se «europeo». Insomma, dall'Autonomia operaia alla subalternità europea il percorso non è stato breve ma è stato interamente compiuto. Complimenti, se non altro ci ha fornito in questo modo una precisa carta d'identità di una certa sinistra, quella da rottamare. Non molto diversa, a ben guardare, da quella intenta a contrabbandare il proprio tramonto, cercando di piazzarlo (elettoralmente parlando) come la più pura ed avvincente delle Albe.
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